Microsoft progetta di creare server sotto i mari, assicurandone l’ecosostenibilità. Ma è davvero così?

by Luca Scialò on 17 febbraio 2016

Ventimila server sotto i mari? Sembra proprio questo, esagerando un po’ con la parafrasi del titolo di un noto romanzo per ragazzi di Jules Verne, il progetto di Microsoft. Il colosso di Redmond ha verificato un prototipo di un centro dati indipendente che può operare centinaia di piedi sotto la superficie del mare.

Il progetto avveniristico servirebbe per ovviare a uno dei problemi più costosi del settore tecnologico: il costo della bolletta dell’aria condizionata! Infatti è necessario raffreddare l’aria per via del surriscaldamento dei server, che con il caldo vanno in tilt. Tra video streaming, social network, mail, i dati da elaborare sono tanti, troppi. Ma il progetto non servirebbe solo per raffreddare i server bollenti, anche per rispondere al crescente fabbisogno di energia mediante una turbina subacquea che sfrutti l’energia dei moti ondosi e delle maree.

Un ulteriore beneficio deriverebbe dalla maggiore velocità dei dati, grazie alla collocazione dei data center vicino alla costa, dove tradizionalmente vive la maggior parte della gente, mentre di solito i centri si trovano in zone remote, ma qui parliamo di una problematica tipica degli USA.

La necessità di avere server sempre più potenti e averne tanti è ormai un dato di fatto, perché la domanda di gestione centralizzata dei dati è cresciuta enormemente negli ultimi anni, anche grazie alla diffusione degli smartphone. Questi miracolosi piccoli computer portatili in realtà hanno necessità di appoggiarsi a più di 100 altri pc che sono nel cloud.

Per far fronte a queste richieste di sempre maggiore potenza e velocità di elaborazione dei dati, la stessa Microsoft oggi possiede oltre 100 data center sparsi nel mondo e spende circa 15 miliardi di dollari nella loro manutenzione.

Il progetto si chiama Natick e consisterebbe nel portare tubi di acciaio giganti collegati da cavi in ​​fibra ottica sul fondo del mare. In alternativa, si potrebbe direttamente sfruttare il mare anche per raffreddare i server, anziché portarli sott’acqua.

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Il primo prototipo è stato chiamato Leona Philpot, da un personaggio di Halo, serie di videogiochi di Microsoft. La prova è partita il 15 agosto 2015 ed è durata 105 giorni, posta a 10 metri sotto l’acqua dell’Oceano Pacifico al largo della costa della California, vicino a San Luis Obispo. Si tratta di un grande tubo di acciaio bianco, con scambiatori di calore e le sue estremità chiuse con piastre metalliche imbullonate. All’interno è stato collocato un singolo centro di raccolta dati, che è stato immerso in azoto pressurizzato per rimuovere efficacemente il calore dai chip di calcolo.

Leona Philpot prototype

Microsoft progetta di creare server sotto i mari, assicurandone l’ecosostenibilità.

Il tutto è stato controllato a distanza da campus di Microsoft e si è rivelato più efficace di quanto si pensasse. Il sistema subacqueo aveva 100 diversi sensori per misurare la pressione, l’umidità, eventuali movimenti e altre situazioni eccezionali che potessero verificarsi sott’acqua.

Dato l’ottimo successo della prova, il gruppo di ricerca della multinazionale americana ha iniziato a progettare un sistema sottomarino tre volte più grande. Sarà costruito in collaborazione con uno sviluppatore ancora da scegliere. Il prossimo data center dovrebbe essere realizzato vicino Florida o nel Nord Europa, dove già ci sono altri progetti importanti di energia oceanica in corso.

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Occorre comunque dire che l’idea di un server sottomarino già era stato affrontato nel 2014, come dimostra un documento scritto da diversi ingegneri di Microsoft. Restano ancora dei dubbi riguardo la manutenzione di cui simili strutture necessiterebbero, data la posizione. Si punta a renderle indipendenti e funzionali almeno per una durata minima di cinque anni.

Resta poi la questione ecosostenibilità. Quanto sono, o non sono, invasivi per oceani e mari questi enormi server in acciaio subacquei? Microsoft ovviamente sostiene che tutto sarà fatto nel rispetto dell’ambiente. Ma non mancano perplessità al riguardo. Bisogna capire se questa tecnologia possa concorrere al già evidente innalzamento delle temperature delle acque. I ricercatori della multinazionale statunitense affermano che il riscaldamento è davvero irrisorio. Vedremo. D’altronde sono già diverse le specie marine che si sono stabilizzate sulla terraferma per il riscaldamento delle acque, nonché per la mancanza d’ossigeno.

Questa tecnologia può però aprire nuove prospettive riguardo lo sfruttamento dell’energia proveniente dai mari. Insomma, il progetto è ancora allo stato embrionale e come sempre accade in questa fase: grandi aspettative si mescolano a scetticismi.

 

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