Mini-guida alle eco-fibre

di Erika Facciolla del 21 settembre 2014

Quando la tecnologia incontro la Natura, si sa, il risultato è quasi sempre sorprendente. Ancor di più se il meraviglioso connubio si applica ad un’industria in costante evoluzione come quella della moda per creare tessuti, fibre e colorazioni 100% green. Morbide, ecologiche, economiche e pratiche da indossare, le nuove fibre di origine vegetale (e non solo) rappresentano un universo mutevole che tra innovazione e tradizione non smette di proporre soluzioni imprevedibili.

La mini-guida alle eco-fibre: i materiali da conoscere

Ecco a voi una selezione delle novità più gettonate del momento, che comprende tessuti antichi rivisitati, grandi classici in versione ‘bio’ e nuovi tessuti vegetali proveniente sia dal mare che dalla terra.

Fibra di banana. Già nel 13° secolo le bucce di banana venivano bollite e trattate per ricavarne una fibra morbidissima, molto ricercata e utilizzata in Giappone per produrre i tradizionali kimono. E sempre dalle bucce di banana viene ricavata, attraverso un processo industriale diverso, un tipo di carta.

Lana, cotone, seta. Sono i tessuti bio più classici e diffusi che la tradizione ci ha tramandato. Perché possano essere considerati veramente naturali, è necessario che l’intera filiera rientri in parametri ecologici ed etici rispettosi dell’ambiente, del lavoro umano, del terreno e dei consumatori finali.

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Fibra di bambù, canapa e kenaf. Tra i tessuti bio di nuova concezione, invece, spiccano il bambù, la canapa e il kenaf. Il bambù, in particolare, si sta rivelando una fonte inesauribile di materia prima per una vasta gamma di utilizzi. La fibra che se ne ricava è completamente atossica, antibatterica e biodegradabile.

Stesso discorso per la canapa che, al pari del bambù, è una coltivazione dal bassissimo impatto ambientale non richiedendo pesticidi e additivi chimici. Il kenaf, più conosciuto con il nome di ‘ibisco’, è sfruttato per molti usi oltre che per l’omonimo tessuto ricavato dalla fibra della pianta.

Bamboo

Fibra di bambù

Lenpur. Dai rami dell’abete bianco si ricava invece il lenpur, autentica novità nel mondo dei tessuti vegetali, di cui si apprezza la particolare morbidezza, e le capacità traspiranti e deodoranti della sua fibra.

Fibre marine. Seacell e Crabyon arrivano direttamente dal mare: il primo è ottenuto dagli scarti di lavorazione dei crostacei prodotti dall’industria alimentare per farne una fibra antibatterica, molto utilizzata per l’abbigliamento sportivo. Il secondo, invece, è una fibra di cellulosa ricavata dalle alghe marine che si caratterizza per le straordinarie capacità rimineralizzanti a contatto con la pelle e per la resistenza dopo numerosi lavaggi.

Lanital. Oggi desta perplessità, ma durante il Fascismo l’autarchia aveva scoperto una fibra derivata dal latte (lanital) che veniva utilizzata per confezionare abiti di varia fattura . Oggi il suo utilizzo sta tornando in voga per le caratteristiche antibatteriche dimostrate e l’estrema morbidezza ma anche grazie ad una nuova lavorazione che ne impedisce il restringimento. E’ impiegata per la creazione di abiti per neonati.

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podtex

Podtex, fibra ricavata dalle capsule di caffé esauste

Podtex. L’’ultima novità in fatto di tessuti biologici, nato dall’ingegno di una giovane australiana, è il podtex, una fibra ottenuta dalle capsule esauste di caffé con la quale si possono confezionare vestiti e gioielli.

Ma come possiamo essere certi che la nostra scelta ricada su tessuti veramente ecosostenibili e naturali? Per orientarsi nel dedalo delle proposte attualmente sul mercato sono nate una serie di certificazioni che ne garantiscono la filiera e la qualità sulla base di caratteristiche e metodi di lavorazione oggettivi.

Due di questi sono il GOTS, la certificazione che garantisce anche metodi di lavorazione rispettosi dei lavoratori, e l’OEKO-TEX che riguarda i metodi di tintura dei tessuti.

Come sempre, dunque, occhio all’etichetta!

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