Multa record alla BP per l’incidente alla piattaforma nel Golfo del Messico

di Erika Facciolla del 16 novembre 2012

Danni ambientali incalcolabili, falsa testimonianza, ostruzionismo e omicidio colposo per la morte di 11 persone: sono questi i gravissimi capi di imputazione che hanno decretato la prima esemplare sanzione da 4,5 miliardi di dollari (circa 3,5 miliardi di euro) per il colosso petrolifero British Petroleum, tre volte la più grande fino ad oggi mai comminata (il record  era della Pfizer con 1,1 miliardi nel 2009 per frode).

La colossale multa è legata alla cattiva gestione del più grave incidente petrolifero della storia –  e delle sue conseguenze – occorso alla piattaforma Deepwater Horizon nel nel Golfo del Messico che, il 20 aprile 2010 durante la realizzazione di un pozzo sottomarino, ha portato alla fuoriuscita di migliaia di tonnellate di greggio dal pozzo Macondo, disperse poi nelle acque oceaniche.

La notizia è stata ufficializzata pochi giorni fa dalla stessa compagnia britannica che si è detta ‘dispiaciuta’ per il ruolo avuto nell’incidente e per le vittime dell’esplosione della piattaforma.

Rispetto a quest’ultimo punto, sarebbero 2 i dirigenti della compagnia che dovrebbero rispondere all’accusa di omicidio colposo, che a questo punto potrebbero essere destituiti dai loro incarichi (o dimettersi) così come aveva fatto l’ex amministratore delegato Tony Hayward a 3 mesi dal disastro.

L’indignazione maggiore nasce dalla reticenza manifestata da BP di fronte alle autorità, al Congresso di Stato americano e all’opinione pubblica: la quantità di petrolio fuoriuscita (e che stava continuando a riversarsi in mare) indicata dalla società era, infatti, 12 volte inferiore rispetto a quella che si era effettivamente dispersa nelle acque antistanti la costa della Luisiana.

Ecco perché tale comportamento fu stigmatizzato dai giudici e definito ‘ostruzionistico’ e ‘mistificatorio’. Dalle successive indagini, inoltre, è emerso che l’allarme di sicurezza installato sulla piattaforma che avrebbe dovuto segnalare la fuoriuscita di petrolio era stata disattivato diversi mesi prima dell’incidente; ecco perché milioni di barili di petrolio continuarono a riversarsi nelle acque del Golfo del Messico per ben 87 giorni consecutivi, senza che nessuno lanciasse l’allarme.

Sebbene la multa si sia aggiudicata il primato come sanzione più alta mai inflitta nella storia degli Stati Uniti, molte sono ancora le posizioni aperte riguardanti la vicenda.

Innanzitutto l’aspetto ambientale. Ancora non è chiaro il tipo di danni, e come potranno essere limitati, sulla fauna e la flora marina dell’area del golfo. E BP attende un altro processo per disastro ambientale  che la porterebbe a pagare altri 21 miliardi di dollari per la pulizia delle acque, della costa e il ripristino della vita marina.

Poi dovranno essere risolte le controversie economiche sollevate dagli stati che si affacciano direttamente sul tratto di mare, oggi pesantemente danneggiati dall’incidente. Le attività tradizionali legate alla pesca, sia in mare che sui fiumi, sono state bloccate per l’elevata tossicità dei pesci, gettando molti in rovina.

Allo stesso tempo, bisognerà chiarire le responsabilità riguardanti i malori accusati dai soccorritori per l’inalazione di sostanze tossiche. Non meno importante sarà l’accertamento delle responsabilità della Transocean, proprietaria della piattaforma, alla quale BP ha già chiesto un maxi risarcimento da 40 miliardi di dollari.

Una responsabilità enorme, che finalmente qualcuno comincia ad imputare al vero e principale responsabile.

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