Narvalo, il mitico animale dell’Artico minacciato dal global warming

di Marco Grilli del 31 gennaio 2016

Tutti i misteri del narvalo, la strana creatura nota anche come “unicorno dei mari” oggi minacciato dal riscaldamento globale.

Lo chiamano ‘unicorno dei mari’, per via del caratteristico dente canino sinistro dei maschi, che sporge dalla mucosa boccale in senso orizzontale, si avvolge su se stesso a spirale e può raggiungere una lunghezza di oltre due metri.

Il narvalo o monodonte (monodon monoceros), appartiene alla specie dei mammiferi cetacei odontoceti (famiglia dei delfinatteri) ed è molto simile al beluga. Sia i maschi che le femmine posseggono due soli denti canini nella mascella superiore, che nelle seconde restano però nascosti nell’osso, tranne qualche rara eccezione.

Si è molto dibattuto sulla reale funzione di questa curiosa ‘spada’ dei maschi e, alla fine, l’ipotesi più plausibile è che serva per lottare tra di loro al momento della conquista delle femmine, durante la stagione degli accoppiamenti. Lo dimostrano anche i frequenti graffi riscontrati su molti esemplari, nonché i denti rotti o la presenza di loro frammenti conficcati nelle carni. Paiono così smentite altre ipotesi riguardanti un utilizzo del prominente canino per arpionare il cibo o perforare il ghiaccio a fini respiratori.

Notevoli sono le dimensioni di questo cetaceo dal corpo tozzo e massiccio, che può raggiungere una lunghezza di 4-5 metri. La pelle è morbida e liscia, di color grigio-azzurro negli esemplari più giovani, macchiettata sul dorso negli adulti, che presentano una regione ventrale quasi bianca. Sulla fronte in mezzo agli occhi si ritrova una sola narice, o sfiatatoio, di forma semilunare. Gli arti anteriori del narvalo sono ridotti e conformati a pinne pettorali, mentre sul dorso un rilievo lungo circa 1n metro simula una pinna dorsale.

I narvali vivono prevalentemente nelle acque dell’Oceano Artico, dove il mare è ghiacciato per lunghi periodi dell’anno, non disdegnando anche quelle dell’Atlantico settentrionale. La loro casa, però, può purtroppo trasformarsi frequentemente nella loro bara, perché non di rado numerosi esemplari rimangono intrappolati nei ghiacci, senza vie di fuga. Una situazione di cui approfittano spesso anche i cacciatori.

Abili nuotatore, il narvalo predilige muoversi in gruppo e si nutre di molluschi senza conchiglia, calamari, gamberi, oloturie, seppie, crostacei e pesci di piccole dimensioni. Durante l’estate, quando i ghiacci iniziano a sciogliersi, questi cetacei danno vita a spettacolari migrazioni, con migliaia di esemplari che percorrono centinaia di chilometri verso nord, dalla Baia di Baffin ai fiordi dell’Alto Artico. Il tutto tra lo stupore dei ricercatori, che non riescono ancora a spiegarsi il perché trascorrano tale stagione ai margini dei ghiacciai.

L’unicorno dei mari conta anche numerosi nemici: non solo i ghiacci dove rischiano di rimanere intrappolati, ma anche i predatori (orsi polari, orche, squali della Groenlandia e trichechi) e soprattutto i cacciatori del Canada e della Groenlandia, nonostante le uccisioni siano state regolamentate. Limiti che però continuano a destare preoccupazione per la sopravvivenza di questa specie.

Carne, grasso e pelle dei narvali sono particolarmente apprezzate a fini alimentari, essendo alla base di piatti tipici delle popolazioni nordiche, quali il mattak (a base di pelle congelata e grasso, serviti crudi). Le principali protagoniste della caccia a questi cetacei sono le popolazioni Inuit, da sempre interessate non solo alle loro carni e pelli ma anche ai tipici denti canini dei maschi, rielaborati in forma di oggetti artistici e ornamentali. In epoca medioevale con le zanne dei narvali si realizzavano perfino monili magici e terapeutici.

Oggi il narvalo è elencato nell’appendice II del CITES (la Convenzione sul commercio internazionale di specie di flora e fauna a rischio estinzione), poiché rientra tra quelle a non immediato pericolo, ma da sottoporre a rigidi controlli. L’Unione europea, dal canto suo, ha già provveduto dal 2004 ad imporre il divieto di importazione dei denti di narvalo in tutto il territorio di sua competenza.

Il narvalo e il global warming

Oltre alla caccia, ora una forte minaccia per la sopravvivenza di questa specie è rappresentata anche dal riscaldamento globale, che sta mettendo a rischio molti animali che vivono nell’Artico. L’orso polare resta la specie in maggior pericolo, ma secondo un recente rapporto del Centro statunitense per la diversità biologica (CBD), ve ne sono almeno altre 17, tra cui i narvali appunto, che rischiano di sparire per sempre qualora non si ponga riparo a quell’effetto serra che sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e il conseguente innalzamento dei mari.

narvalo

Un raro primo piano di un narvalo

Molte di queste specie hanno già registrato sensibili diminuzioni nelle loro popolazioni a causa della perdita dell’habitat principale e di alcune fonti di cibo, mentre altre stanno fortemente subendo sia gli effetti degli eventi metereologici estremi, sia la pressione di predatori che si stanno spostando verso nord.

Senza dimenticare, naturalmente, le devastanti conseguenze di una pesca industriale sempre più scriteriata e, soprattutto, delle perforazioni petrolifere condotte dalle grandi multinazionali.

Negli ultimi 30 anni, il cambiamento climatico dovuto soprattutto all’eccessivo sfruttamento dei combustibili fossili ha causato la perdita di ¾ della calotta di ghiaccio del Mar Glaciale Artico. Sono sempre di più, così, gli orsi polari che annegano durante l’estate artica, perché costretti a lunghe nuotate per raggiungere piattaforme di ghiaccio distanti e sottili.

Imporre lo stop o almeno delle forti limitazioni alle trivelle dovrebbe essere il primo passo  per garantire un futuro a tutte quelle specie, compresi i narvali, che popolano sia il Polo Nord sia l’Artico.

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