Navi smantellate: quali rischi per l’ambiente?

di Marco Grilli del 18 aprile 2014

Navi smantellate: quali rischi per l’ambiente? Abbiamo ancora negli occhi le immagini del tragico naufragio dell’Isola del Giglio e del relitto della Concordia, raddrizzato dopo un’impresa titanica, in attesa di sapere quale sarà il suo destino. Ma vi siete chiesti dove vanno a finire le vecchie e imponenti carrette del mare, ormai inutilizzabili?

Ebbene, il complesso processo di demolizione delle navi rimanda a scenari apocalittici, costellati dallo sfruttamento del lavoro minorile e dall’inquinamento dovuto allo sversamento in mare di rifiuti pericolosi, in barba alla legalità e al rispetto dell’ambiente.

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Le leggi ci sarebbero, ma purtroppo vengono costantemente violate per le solite ragioni di business. Smantellare le navi, infatti, comporta alti costi e una particolare attenzione allo smaltimento di sostanze  tossiche, quali amianto, mercurio e piombo. Per questi motivi le imbarcazioni destinate al macero vengono classificate come “rifiuti pericolosi”.

Nonostante la normativa europea vieti le “esportazioni” di questi ex-giganti del mare, avendo tra l’altro allo studio alcune misure d’incentivazione volte a render sempre più locale ed ecologico lo smantellamento, il recente report di Shipbreaking Platform – un gruppo di Ong che si battono per la difesa dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente  – ha rivelato che nel 2013 sono state ben 645 le navi fatte a pezzi sulle spiagge di India, Pakistan e Bangladesh, delle quali 238 erano proprio europee.

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Un fenomeno illegale e vergognoso che ha riguardato molti Paesi del Vecchio Continente (85 navi erano tedesche, 68 greche, 16 britanniche, 11 italiane…), tenuto in piedi grazie a degli espedienti, quali il ricorso a bandiere di comodo, solitamente Comore, Tuvalu, Togo e Saint Kitts e Nevis.

In questo modo le spiagge di Sitakund in Bangladesh, Alang in India o Gadani in Pakistan si sono trasformate in zone altamente pericolose, poste lungo alcune delle coste più inquinate del pianeta, tra l’indifferenza generale di chi sversa veleni in mare senza rimorsi e solo per convenienza economica, approfittando di situazioni di estrema povertà.

Un recente reportage del quotidiano “La Stampa” ha rivelato queste tristi realtà, dove migliaia di poveri lavorano fino a 12 ore al giorno allo smantellamento di intere navi a mani nude, con martelli o fiamme ossidriche, senza alcuna misura di sicurezza e per paghe da fame, pari a 20 centesimi l’ora.

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Moltissimi sono i minori costretti a questi lavori massacranti e privi di qualsiasi tutela, che portano allo sversamento in mare di tonnellate di prodotti nocivi, tra i carburanti, gli olii, i detersivi, i metalli pesanti, le vernici, i PCB, l’amianto cancerogeno usato come isolante delle condotte o la tribulitina, un biocida contro le incrostazioni altamente tossico e bandito dal 2003.

Vaste aree del Golfo del Bengala si trasformano così in discariche a cielo aperto, dove le acque nere, oleose e fetide traducono visivamente il disastro ecologico in corso, di cui la nostra cara e vecchia Europa è purtroppo complice a causa di armatori senza scrupoli.

La procedura dello smantellamento in India, Pakistan e Bangladesh è semplice: alcuni mediatori acquistano dagli armatori le navi ormai vecchie e inutilizzate, per poi rivenderle ai proprietari dei cantieri navali sulla costa, che recuperano e riciclano quanto più materiale possibile e distruggono il resto. Un business per tutti, perché si risparmia sul costo del lavoro e sul rispetto delle norme ambientali.

Nei cantieri, dove faticano almeno 30mila operai per periodi di sei-otto mesi prima di esser licenziati, si susseguono gli incidenti mortali e le condizioni lavorative rasentano la schiavitù. Tutto intorno, il disfacimento ambientale rispecchia il marcio dell’umanità sempre più asservita alla logica del profitto. Purtroppo, però, le luci dei riflettori che si accendono su quelle chiazze nere sono ancora troppo poche per poter sperare in un reale cambiamento.

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