Negli USA poche multinazionali monopolizzano il mercato alimentare ed i contadini subiscono. E in Italia?

di Maura Lugano del 13 dicembre 2012

Da molto tempo si discute sul rapporto tra multinazionali e agricoltura in relazione alle regole di sfruttamento imposte da queste imprese all’agricoltura dei contadini del Terzo Mondo, relazione che ha come scopo prevalente la soddisfazione dei bisogni alimentari dei Paesi occidentali e recentemente anche dei Paesi emergenti.

Tuttavia sta diventando altrettanto problematico il rapporto tra le grandi aziende del settore alimentare e l’agricoltura occidentale, con la tendenza ormai evidente di imporre unilateralmente i prezzi di acquisto delle materie prime alimentari, ovviamente nell’ottica della massimizzazione dei propri profitti.

Recentemente un allarme è partito dagli Stati Uniti, dove un’organizzazione che si occupa di diritti dei consumatori, la Food and Water Watch, ha analizzato la situazione dei produttori agricoli americani e come l’agricoltura americana ha vissuto negli ultimi anni. In sintesi la gran parte degli agricoltori americani illusi dai profitti promessi dalla produzione OGM, verso la fine degli anni ’90 ha abbandonato le coltivazioni tradizionali, cioè quelle non OGM, perché poco remunerative.

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Spinti anche dalla pressione delle multinazionali stesse, che così potevano brevettare l’imbrevettabile, i semi, offerti dalla Natura, sono diventati un vero e proprio prodotto, che così ha aumentato la spesa degli agricoltori, attratti dalla sua maggiore resa e poco avezzi a considerare la reale contropartita. Pesticidi e ferticlizzanti ad hoc per questi semi, venduti sempre dalle stesse multinazionali.

Ma quando la crisi economica ha ridotto i consumi alimentari degli americani, le stesse aziende hanno ripreso ad acquistare materie prime non OGM ,ormai completamente deprezzate e disponibili a prezzi stracciati. Risultato? Profitti mantenuti per le multinazionali, profitti azzerati per gli agricoltori e raccolti andati in fumo.

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Inoltre, cosa non meno importante, è che questo cambiamento di rotta viene in qualche modo mascherato al consumatore finale. Per fare un esempio, prima è stato detto che la soia OGM è migliore per la salute umana ed ora il ritorno alla soia non OGM viene mascherato dietro la dicitura ‘prodotto naturale’, cancellando dalle etichette l’indicazione che si tratti di materia prima geneticamente modificata o meno.

Caso emblematico è quello della Dean Foods, detentrice di un monopolio del mercato USA del latte di soia destinato alla grande distribuzione e che è passata in modo rapido dalla produzione con soia OGM a quello con soia non OGM.

La morale è che sono sempre le stesse, poche e potenti società, che monopolizzano il mercato della produzione agricola americana. Quest’ultima si deve adeguare e accettare le regole. E questo accade in tanti settori legati alle materie prime alimentari, oltre a quello della soia, la produzione di latticini, di suini, del pollame, di frutta e ortaggi.

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Le conseguenze sono immaginabili, guadagni sempre più bassi per gli agricoltori, scomparsa dei piccoli produttori a favore di aziende agricole di grandi dimensioni, colture sempre meno diversificate o addirittura monocultura – specialmente del maise terreni sempre più sfruttati e quindi poco fertili. Che hanno bisogno di ‘aiuti’ chimici per dare i loro frutti.

La situazione in Italia non è molto diversa. Purtroppo, a partire da alcuni anni anche gli agricoltori di casa nostra hanno subito una notevole contrazione dei prezzi che vengono gestiti dalle stesse imprese che spesso operano sul mercato statunitense, sopprattutto per quanto riguarda i cereali.

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In parte motivata dalla riduzione dei consumi di cereali per l’alimentazione umana. In questo scenario gli agricoltori sono costretti a contrattare con i prezzi per evitare l’eccessivo ribasso, tutto ciò non costituisce, tra l’altro, un fattore di attrazione per i giovani, che non vedono nell’agricoltura un futuro facile, minacciato anche da fenomeni negativi come quelle della contraffazione alimentare, estremamente dannoso per l’immagine e l’economia agricola italiana.

In un contesto così, si rafforza il punto di vista che da tempo in molti condividono e noi sosteniamo, quello di preferire i prodotti agricoli a chilometro zero, i prodotti biologici, quelli di cui si possa controllare la provenienza, certificati, e svincolati, almeno per ora, dalle regole della grande distribuzione.

Ma la strada è tutta in salita, soprattutto per via dei prezzi alc onsumo di questo tipo di prodotti che, di fatto, non li rende accessibili a molti.

Ma questo è un altro argomento importante motlo dibattuto, che tratteremo in un prossimo articolo.

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