Nell’ultimo secolo l’Italia ha perso il 75% della varietà della frutta

di Luca Scialò del 12 maggio 2013

La frutta italiana è in via di estinzione. A dirlo la FAO, che in uno studio ha stimato che tra il 1900 e il 2000 sia andato perduto il 75% della diversità delle colture. Inoltre, entro il 2055, a causa del cambiamento climatico, scompariranno tra il 16 e il 22% dei parenti selvatici per colture importanti come arachidi, patate e fagioli.

A perdere di più la propria varietà troviamo frutti quali albicocco, ciliegio, pesco, pero, mandorlo e susino che hanno registrato una perdita di varietà del 75%, con punte massime per albicocco e pero, dal tasso di sopravvivenza varietale di appena il 12%. Nel solo Sud Italia, tra il 1950 e il 1983, è stato riscontrato che delle 103 varietà locali mappate durante il primo sopralluogo, solo 28 erano ancora coltivate poco più di trent’anni dopo.

Anche la vite da vino sta perdendo la propria tipicità: dalla ricostituzione dei vigneti dopo la diffusione della fillossera avvenuta a fine Ottocento, il numero dei vitigni, coltivati all’epoca in alcune migliaia (400 nella sola provincia di Torino), è sceso nel 2000 a circa 350, di cui 10 soltanto occupano il 45% della superficie vitata italiana.

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Perché si sta arrivando a questo “olocausto delle culture tipiche italiane”? I motivi vanno ricercati nel graduale abbandono delle colture locali e peculiari di ogni territorio, in favore della frutticoltura moderna o industriale, specie negli ultimi 50 anni. In poche parole, si è sempre più puntato su colture richieste su larga scala sacrificando coltivazioni più ridotte e limitate, ma molto pregiate proprio in quanto tali.

A pesare anche il fatto che queste ultime sono curate da persone sopra i 65 anni. Pertanto la loro scomparsa è legata anche a un fatto anagrafico di chi la pratica.

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La sottoutilizzazione delle colture porta anche un impoverimento culturale, tanto più in Italia, paese che per i prodotti di nicchia ha un ruolo importante, con oltre 200 produzioni certificate che rappresentano più del 20% del totale europeo.

Comunque, non tutto è perduto. Finora, le attività di “recupero” delle specie hanno portato a valorizzarne diverse, in funzione di mercati particolari. Si pensi a: la Tonda di Castigliole in Piemonte, la Valleggia in Liguria, la Valvenosta in Alto Adige, la Cibo del Paradiso in Puglia, al ciliegio con la Mora di Cazzano in Veneto, il Durone Nero I, II e III in Emilia Romagna, la Ravenna nel Lazio, la Della Recca in Campania, la Ferrovia in Puglia, fino al melo con la Limoncella nel Lazio e in Campania, la Mela Rosa nell’Italia Centrale, la Appio in Sicilia e Sardegna, la Campanino in Emilia Romagna, la Decio in Veneto.

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