Non si uccidono così anche gli squali?

di Luca Scialò del 17 marzo 2014

Un video shock ci viene dalla Cina, più precisamente da Puqi, a sud-est di Shanghai. Protagonista della vicenda è il signor Li Guang, titolare della China Wenzhou Yueqing Marine Organisms Health Protection Foods.

A girarlo alcuni attivisti del WildLifeRisk che nel corso di un’indagine durata 4 anni hanno documentato con video e foto l’esistenza del più grande ‘mattatoio’ di squali balena mai scoperto al mondo.

E’ emerso così che l’azienda lavora 600 tra squali, squali balena, squali bianchi e verdesche, per ricavarne dell’olio da utilizzare come conservante in prodotti di makeup, creme per il viso, integratori alimentari.

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Oltre all’aspetto puramente documentaristico, l’inchiesta di WildLifeRisk ha il merito di tracciare una sorta di filiera globale dello squalo. Gli animali marini vengono catturati durante le loro annuali migrazioni nei mari a sud-est della Cina per poi finire in questo enorme stabilimento.

Le attività avvengono in totale violazione dei regolamenti internazionali (la Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio di flora e fauna selvatiche, di cui la Cina è sottoscrittrice) e nazionali, alcune specifiche leggi cinesi.

In origine gli squali venivano cacciati da pescatori di Taiwan,che li spedivano in Cina per la lavorazione. La carne veniva poi riesportata nell’ex-Formosa, mentre pelle e ossa restavano sul continente e ulteriormente processati e commercializzati. Da quando Taiwan ha bandito la carne di squalo, la Yueqing compra lo stesso la materia prima dai pescatori locali, la lavora come carne secca di pesce e la esporta in Sri Lanka.

Gli stessi taiwanesi spediscono parte del pescato direttamente lì. Insomma, le regole vengono facilmente raggirate. Un esemplare può fruttare ai pescatori fino a 200.000 yuan (24.000 euro) e, oltre a Yueqing, sulla costa meridionale cinese dovrebbero esserci almeno altri 6 impianti dello stesso tipo.

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Ma il mercato dei poveri squali e di altri animali, non è circoscritto solo in quella zona dell’Asia, sotto-prodotti della lavorazione degli squali sarebbero spediti anche in Europa (perfino in Italia e in Francia) e negli USA, per i ristoranti cinesi, come pelle di pesce ma anche sotto forma di gelatina.

In realtà il vero business è l’olio: dagli squali si può ricavare un centinaio di tonnellate, e messo insieme a quello di balena, elefante e verdesca, si può arrivare alle 200 tonnellate. Per contrabbandarlo, lo si fa passare come semplice olio di pesce.

Per chiudere in bruttezza, ci sono anche le grandi pinne che, essiccate, sono vendute soprattutto ai ristoranti del Guangzhou, che offrono la zuppa di pinne di squalo. In realtà non si mangiano, ma vengono poste all’ingresso del locale come richiamo per i clienti.

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