Parchi nazionali a rischio con la riforma sulle aree protette?

di Luca Scialò del 4 novembre 2016

Parchi Nazionali a rischio nel nostro Paese, probabilmente. E non solo per il comportamento incivile dei visitatori, che lasciano rifiuti o hanno comportamenti poco rispettosi della natura. Bensì, per problemi che potrebbero rivelarsi “a monte”.

La causa potrebbe essere la riforma della legge sulle aree protette, approvata lo scorso 20 ottobre dalla commissione Ambiente del Senato e atteso in aula.

Secondo 17 associazioni ambientaliste capitanate dal Wwf, la riforma se passasse rischierebbe di porre i parchi nazionali alla mercé di spartizioni e interessi locali. E di porli nelle mani di presidenti e direttori che potrebbero avere poco a che fare con l’ambiente. Proprio perché a nomina politica. Ancora, i parchi nazionali rischiano di soggiacere agli interessi dei privati e della loro bramosia di guadagno.

Le 17 associazioni ambientaliste hanno diffuso un documento con tutte le modifiche necessarie affinché la legge non rischi di causare quanto detto in precedenza. La firma del relatore è quella di tradisca Massimo Caleo, vicepresidente Pd della commissione ambiente. Il quale ha peraltro presentato la legge come “un provvedimento che finalmente aggiorna la legge sui parchi alle nuove esigenze degli enti, rafforzando le finalità di conservazione dell’ambiente e aprendo nuove opportunità di sviluppo sostenibile”. Ma le associazioni ambientaliste non sono certo di questo avviso.

Parchi nazionali a rischio con la nuova riforma: perché?

Entrando nello specifico, ciò che secondo gli ambientalisti non va in questa riforma, è la modifica delle regole sulla composizione dei consigli direttivi dei parchi nazionali. Il consiglio direttivo è uno degli organi principali nella gestione delle aree protette, specialmente per quanto concerne le decisioni economiche. Con le disposizioni attuali, il consiglio direttivo è composto per metà da persone scelte dagli enti locali, proprio al fine di far rappresentare al meglio queste ultime. E per metà scelte dallo Stato centrale, al fine di preservare gli interessi ambientali.

Con la riforma, invece, l’equilibrio tra interessi politico-economici e quelli ambientali rischia di venire meno, giacché tra le nomine statali la riforma prevede che accanto al rappresentante delle associazioni ambientaliste e a quelli di ministero dell’Ambiente e Ispra, ce ne sia anche “delle associazioni agricole nazionali più rappresentative”. Il che, tradotto, significa designazione come consigliere di un imprenditore agricolo locale. Il quale, in quanto tale, è portatore di interessi economici locali non certo ascrivibili a quelli ambientali.

Secondo la presidente del Wwf Donatella Bianchi, inoltre, si continuano a snobbare anche gli interessi turistici delle zone in cui i parchi nazionali ricadono. Altro punto dolente per le associazioni ambientaliste sono i criteri per la scelta dei vertici dei parchi. Il ddl non dice chiaramente che presidente e direttore devono avere specifiche competenze sulla conservazione della natura. Pertanto, rischiamo di ritrovarci, come dicevamo nell’incipit, su quelle poltrone personaggi più perché portatori di voti e quindi meritevoli di qualche prebenda, anziché persone competenti in materia ambientale. Quella che poi più interessa un Parco nazionale.

SPECIALEParchi più belli del Mondo: la nostra guida completa

Quanto alle royalty, la legge prevede che i parchi nazionali vengano pagati direttamente da chi sfrutta il patrimonio naturale del parco o le aree contigue per attività economiche già autorizzate. Si pensi ad esempio alle concessioni di derivazione d’acqua per produrre energia idroelettrica, di permessi per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi o ancora di concessioni per l’ormeggio di imbarcazioni. Così facendo, la tentazione secondo la LIPU – altra associazione ambientalista firmataria del documento – di chi gestisce i parchi nazionali è di dare concessioni a raffica per guadagnare di più. Con tutti i rischi ambientalisti del caso.

Parchi nazionali a rischio

Il simbolo del Parco Nazionale del Gran Paradiso

Infine, le associazioni ambientaliste chiedono a gran voce anche il divieto di utilizzare armi nei parchi nazionali. Oggi consentite per attività di controllo delle specie invasive o troppo numerose. Ma così si rischia che gli animali vengano cacciati e macellati altrove. Si pensi ai cinghiali, che stanno proliferando e la cui carne si presta bene in cucina. La LIPU chiede che solo il personale, tutt’al più, possa essere armato.

SCOPRI: Parchi Nazionali e Parchi Naturali Italiani: quanti e dove sono?

Entusiasta della riforma è invece Federparchi, il “sindacato” delle aree protette, definendola “un grande passo avanti per l’Italia dei parchi”. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti: la legge affida a Federparchi la piena ed esclusiva rappresentanza delle aree protette, anche se trattandosi di un’associazione volontaria aderirvi in teoria non è obbligatorio.

Il Presidente Sammuri nega che possano verificarsi dei sbilanciamenti tra interessi economici e ambientali. Inoltre, quanto alla critica relativa ad una politicizzazione dei vertici, ritiene che un direttore debba avere soprattutto competenze gestionali e non deve essere un esperto di temi naturalistici. Paragonandolo ad un sindaco che non deve essere per forza esperto di viabilità o gestione dei rifiuti. Ma forse, proprio per questo tante cose nelle città non funzionano. Infine, elogia la praticità del provvedimento, che abbrevia tempi procedurali oggi troppo lenti. Come ad esempio la scelta di un presidente.

Per la cronaca, la riforma sui Parchi nazionali ha iniziato il suo iter parlamentare lo scorso 25 ottobre e, se tutto va bene, sarà varata il prossimo anno. Speriamo che il testo finale della legge sia migliorato il più possibile e che le istanze ambientaliste siano prese in considerazione.

Ti potrebbe interessare anche:

{ 0 comments… add one now }

Leave a Comment

Inserisci il numero esatto *