Ecuador, il parco di Yasuni minacciato dall’estrazione di petrolio

di Marco Grilli del 28 luglio 2014

Un traguardo straordinario è stato raggiunto in Ecuador, dove il gruppo ambientalista Yasunidos è riuscito a raccogliere ben 727.947 firme – oltre il 5% dell’elettorato – per chiedere il referendum che potrà salvare il parco di Yasuni minacciato dall’estrazione del petrolio, di cui è molto ricco.

Per ben comprendere questa vicenda bisogna risalire al 2007, quando il presidente ecuadoriano Rafael Correa, dietro pressione delle organizzazioni ambientaliste e dei movimenti della società civile, annunciò all’Assemblea Generale dell’ONU la sua decisione di rinunciare allo sfruttamento petrolifero nell’area amazzonica del Parco Yasuni denominata ITT (sigla per Ishpingo-Tambococha-Tiputini), poiché convinto che il mantenimento sottoterra degli 846 milioni di barili di petrolio  potenzialmente estraibili dalla stessa riserva naturale – avrebbe rappresentato un beneficio per l’intera umanità; avrebbero evitato al pianeta terra l’emissione di ben 400 milioni di tonnellate di CO2 l’anno (una cifra superiore a quella prodotta in un anno da Brasile e Francia messe assieme), emissioni che sono la causa principale del cambiamento climatico, responsabili dei tanti disastri ambientali verificatisi negli ultimi anni.

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In cambio di questa scelta, che mostrava una particolare sensibilità per il mantenimento della biodiversità, la riduzione dell’inquinamento, la tutela ambientale e il rispetto delle popolazioni indigene, il presidente ecuadoriano propose alla comunità internazionale un progetto di compensazione che indennizzasse dei mancati guadagni legati allo sfruttamento petrolifero dello Yasuni.

In pratica, si procedette alla costituzione di un fondo capitale – amministrato dal Programma sviluppo delle Nazioni Unite, dallo Stato dell’Ecuador e dai rappresentanti dei contributori e della società civile ecuadoriana – aperto alla contribuzione di privati e Governi per raggiungere l’obiettivo di raccogliere in 10 anni almeno 3,6 miliardi di dollari: una somma pari alla metà di quella che l’Ecuador avrebbe ottenuto con le attività estrattive.

Con tali fondi, lo Stato sudamericano avrebbe provveduto a finanziare progetti di sviluppo sostenibile, in favore delle energie rinnovabili, della tutela degli ecosistemi e del miglioramento dell’efficienza energetica.

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Buone intenzioni rimaste purtroppo sulla carta. Sei anni dopo, nell’agosto 2013, Correa ha annunciato al mondo il fallimento totale del progetto, poiché erano stati raccolti solamente 13,3 milioni, lo 0,37% del totale previsto, più altri 300 milioni di impegni sottoscritti da vari Stati, ma mai versati. Da circa un anno il presidente ecuadoriano ha quindi proclamato il dietrofront, avviando la ripresa delle attività estrattive in quel luogo che racchiude la più grande biodiversità del pianeta e rappresenta un vero polmone per il mondo.

Una decisione che ripristina il vecchio modello estrattivo basato sul massimo sfruttamento delle risorse naturali, purtroppo diffuso nella maggioranza dei Paesi latino-americani. Il ritorno al passato ha sollevato però le forti proteste della società civile e delle organizzazioni ambientaliste, che in tutto il mondo si stanno battendo per cambiare questo stato di cose, foriero di gravi conseguenze in termini di salvaguardia della biodiversità e cambiamento climatico.

La stessa Costituzione ecuadoriana, d’altronde, afferma che: «I territori dei popoli in isolamento volontario sono di proprietà ancestrale, irriducibile ed intangibile ed in essi è vietato ogni tipo di attività estrattiva».

Correa ha promesso che i proventi delle attività petrolifere verranno utilizzati per alleviare la povertà del Paese. L’80% degli ecuadoriani, però, ha già espresso la propria contrarietà alle estrazioni dell’oro nero, che minacciano pesantemente sia un tesoro di biodiversità quale lo Yasuni, dove vivono specie rare di uccelli, scimmie e anfibi, che la vita di popolazioni indigene,  da tempo prive di contatti col mondo esterno.

Il futuro è appeso all’esito di un referendum, che deve ancora esser convalidato dalle autorità. La mobilitazione in tutto il mondo, auspicata dagli Yasunidos, potrebbe essere la chiave di volta per salvare questo patrimonio dell’umanità, dal valore immensamente superiore a quello del petrolio che scorre nelle sue vene.

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