Pellicola per alimenti fatta con bucce d’arancia e di gamberetti

by Luca Scialò on 3 aprile 2016

Presentato al Food BioEnergy di Cremona un progetto molto innovativo nell’ambito della conservazione dei prodotti. Ossia le pellicole che utilizziamo per conservare gli alimenti fatta di bucce d’arancia e gusci dei gamberetti. In che modo? Grazie alle rispettive sostanze che essi contengono: la pectina e il chitosano.

A spiegarci come è possibile realizzare ciò è Salvatore Raccuia, ricercatore e responsabile dei progetti di ricerca nel settore agroalimentare del CNR di Catania. In pratica, tramite un tipo particolare di lavorazione che può essere processato solo mediante impianti molto particolari a ciclo completo. Che potrebbero essere definiti bioraffinerie. Dalla buccia dell’arancia si possono estrarre gli oli essenziali e la pectina. Quest’ultima è una molecola da cui è possibile ricavare prodotti quali particolari tipi di carta e film edibili – ossia mangiabili – e utilizzabili quindi per il rivestimento e alla conservazione appunto degli alimenti.

Ancora, prosegue Raccuia, il suo centro in quel di Catania sta lavorando sulla realizzazione di un altro tipo innovativo di prodotto, ottenuto rivestendo il cuore dei carciofi destinati alla IV gamma, ossia il fresco già pronto per essere consumato. Il tutto per garantire la conservazione fino a quasi un mese sui quattro gradi centigradi di temperatura. Si sta lavorando molto anche sulla buccia della mela. La pectina si ottiene quasi completamente dalla buccia delle arance. In Sicilia esiste un impianto a Barcellona Pozzo di Gotto (in provincia di Messina) che da solo produce il 5% del totale a livello mondiale.

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Le pellicole per conservare gli alimenti in frigo possano essere ricavate anche dal chitosano, sostanza che si ottiene dalla lavorazione del guscio dei gamberetti prodotti in allevamento. Come per la pectina, anche qui parliamo di scoperte recentissime, che risalgono ad inizio 2000. Ma destinate a rivoluzionare questo campo. Certo, bisogna anche aggiungere che i costi più elevati per realizzarli rispetto alla classica pellicola in uso da molti anni e ottenuta da fonti fossili, fanno sì che l’uso di questi tipi particolari di pellicole sia ad oggi relegato solo per le produzioni biologiche. Dato che in questo settore il consumatore finale è disposto a spendere qualcosa in più.

Ma quanto costa produrre queste sostanze? Basti pensare che ad oggi un chilogrammo di chitosano ottenuto dal guscio dei gamberetti costa in media tra gli 800-900 euro al chilogrammo. Mentre per il chitosano ottenuto dai funghi, e dunque più facilmente reperibile rispetto ai crostacei, siamo ben al di sotto, sui 170-190 euro al chilo. Quanto alla pectina, estraibile solo dalla buccia di arancia, parliamo invece di 800-900 euro a tonnellata.

Ma come è nata l’idea di sfruttare il chitosano? Proviene dai Paesi Baschi, dove i ricercatori, sotto la guida di Itsaso Leceta, hanno scoperto che si può creare con esso una versione biodegradabile della pellicola che usiamo tradizionalmente. Questa sostanza, come detto, si ottiene dal guscio dei gamberetti, gamberoni e altri crostacei. Contiene un polimero di zucchero derivante appunto dall’esoscheletro. Questo tipo di pellicola, oltre ad essere biodegradabile e dunque a rispettare l’ambiente, riesce altresì a ritardare il deterioramento microbico dei cibi in essa contenuti e a mantenerne inalterato il colore e la consistenza.

Gli studi stanno comunque procedendo per affinare questo tipo di pellicola. Occorre anche dire che i gusci di gambero potrebbero essere utilizzati per creare tutti i tipi di imballaggio, oggi ottenuti da plastiche e microplastiche. Che ad oggi inquinano per il 90% i nostri mari.

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