Per estrarre petrolio nel Kashagan superate enormi difficoltà. Ma ne vale la pena?

di Luca Scialò del 15 gennaio 2013

A dodici anni dalla sua individuazione, tutto sembra essere pronto per l’avvio del giacimento petrolifero in Kashagan, nel mar Caspio settentrionale, a sud del delta del Volga e dell’Ural. Il petrolio dovrebbe cominciare a sgorgare nella prima metà di quest’anno e vedrà la piena partecipazione anche dell’Italia, che mediante l’Eni ne possiede la proprietà per il 18,6%.

I Paesi interessanti sono in totale 7, mediante le seguenti aziende: Exxon, Shell, Total e Kazmunaigas anch’esse con il 18,6% ciascuna, mentre ConocoPhillips e Inpex con quote minori. Si prevede un ritmo di estrazione pari a 370mila barili al giorno.

Per giungere a questo risultato si sono dovute superare difficoltà di tipo naturalistico e burocratico. Rientrano nella prima categoria quelle legate alle bassissime temperature, che d’inverno raggiungono meno 40 gradi. Difatti si lavora solo da marzo a ottobre-novembre, poiché nei mesi restanti il mare, che è profondo solo quattro metri, diventa di ghiaccio. Chi perfora deve oltretutto badare bene alle emissioni di acido solfidrico, che possono risultare letali e vengono immediatamente segnalate con un sistema di sicurezza assai stringente.
Per facilitare i lavori in una zona alquanto ostica, si sono create dal nulla delle isole artificiali, a 50 chilometri dalla costa, su cui poggiare tutte le attrezzature. Per evitare ogni genere di contaminazione in un’area ambientalmente assai sensibile e ricca (e protetta in modo assai rigoroso dalle leggi della Repubblica del Kazakhstan), la base delle isole è stata ricoperta da una membrana di contenimento.

Per quanto riguarda i problemi burocratici, essi sono legati al retaggio post-sovietico, che hanno rallentato non di poco l’emissione e il trasferimento della vasta mole di documentazione necessaria.
Inoltre, non pochi problemi sono derivati dalle società interessate al progetto, in primis americani, ma anche gli anglo-olandesi e i francesi, i quali hanno mal digerito il fatto che all’Eni fosse stata affidata l’«operatorship» di Kashagan. Ovvero la sua conduzione materiale per conto di tutti i soci. Alla fine, dopo una lunga diatriba su costi e ingegneria del progetto, e una lotta senza esclusione di colpi, le pressioni hanno raggiunto il loro scopo e nel 2008 le responsabilità sono state suddivise tra gli azionisti.
L’Eni, da parte sua, si è focalizzata sul completamento della «fase 1», e poi continuerà ad occuparsi delle operazioni a terra, nell’impianto di raccolta e smistamento di Bolashak («futuro», in lingua kazaka).

Il progetto prevede due fasi. Una iniziale, che partirà a inizio 2013, nella quale si conta di arrivare a metà 2013 da Kashagan e dai suoi 41 pozzi a 180 mila barili al giorno estratti. Poi, con l’iniezione forzata di gas, a livelli inediti per la tecnologia corrente, si arriverà a 370 mila barili. Ma l’Eni e i suoi soci, per la verità, contano di arrivare addirittura a quota 450 mila barili al giorno (un Paese come l’Italia, per rendere l’idea, ne consuma circa il doppio). Dopodiché si darà il via alla fase due, che dovrebbe portare Kashagan a produrre un milione e mezzo di barili al giorno. Ma qui peseranno altri fattori, e se i soci non saranno concordi (anche il governo kazako sta iniziando a spazientirsi, e non concede loro la possibilità di fare «pre-investimenti») l’obiettivo potrebbe allontanarsi o addirittura non essere.

Infine, veniamo alla nota dolente dei costi. Fino ad oggi per il progetto Kashagan sono stati spesi circa 30 miliardi di dollari, e secondo alcune stime del recente passato si potrebbe arrivare alla fine tra i 120 e i 130 miliardi di dollari. Una montagna di denaro per un mare di petrolio: le riserve stimate sono intorno ai 12 miliardi di barili. A 50 dollari al barile, che è il prezzo di pareggio per il petrolio di Kashagan, fanno 600 miliardi di dollari. Alle quotazioni attuali a 88 dollari si superano i mille miliardi.

Le cifre in gioco sono dunque stratosferiche. Ma una domanda è lecita: chi ha elaborato un tale progetto colossale, ha messo anche in conto i rischi che corre l’ecosistema locale a fronte di un ritmo così forsennato di estrazione del greggio? Gli ultimi casi del disastro nel Golfo del Messico, in Cina e Nuova Zelanda, dovrebbero aver insegnato qualcosa.

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