Per limitare il rischio idrogeologico bisogna attivare 1000 cantieri, ma è tutto fermo

di Luca Scialò del 8 luglio 2015

I numeri diramati dall’Ance sono alquanto disarmanti. Ci dicono infatti che sono un migliaio i cantieri che servirebbero a limitare il rischio idrogeologico non ancora attivati, malgrado il fatto che siano passati sei anni dall’avvio del piano straordinario di messa in sicurezza del territorio.

In pratica, non sono state utilizzate il 78% delle risorse stanziate per mitigare il rischio idrogeologico, pari a 1,6 miliardi di euro, su un totale di 3 miliardi e 395 milioni di euro. Così ad essere realizzati sono stati realizzati solo il 3,2 per cento dei cantieri previsti.
E questo in un paese dove i Comuni a rischio idrogeologico sono più di 5.000, più del 70%….

Ma se si va più indietro, i numeri diventano ancora più vergognosi. Dal 1998 ad oggi, infatti, le risorse programmate e non ancora impegnate ammontano a 2,27 miliardi di euro. Stesso discorso per i fondi europei stanziati per questo tipo di opere: la metà sono chiusi nei cassetti, inutilizzati. E ci sono ben sette regioni italiane che da 15 anni non riescono a concludere neanche un lavoro in materia anti dissesto.

Per quale motivo? Secondo l’ANCE i principali fattori risiedono nella scomparsa dell’ordinaria politica di manutenzione del territorio e prevenzione del rischio idrogeologico, nell’incertezza relativa alla disponibilità delle risorse nazionali e nell’assenza di un’effettiva regia statale. Si sta così consumando una deregulation in materia, con ogni regione che adotta sistemi propri, i quali però il più delle volte si rivelano inefficaci e disomogenei dal punto di vista organizzativo.

limitare il rischio idrogeologico

Gli effetti del dissesto idrogeologico sono devastanti eppure troppi sono i cantieri fermi

A pesare sono altresì i conflitti tra gli enti locali con conseguenti code in tribunale, gli intoppi burocratici e un’alta conflittualità tra i commissari ad acta nominati per la singola opera e le amministrazioni locali che non vogliono mollare la presa sul territorio.

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Oltre a fotografare questa situazione, l’Ance detta anche sette punti che servirebbero per dare una spinta risolutiva. Vediamoli di seguito:

  1. Rapido utilizzo dei 1,6 miliardi di euro disponibili, già autorizzati in termini di cassa con la Legge di stabilità;
  2. Nuove risorse per la riduzione del rischio idrogeologico, utilizzando i fondi europei e il fondo sviluppo e coesione del 2014-2020;
  3. Esclusione degli investimenti per la prevenzione dal Patto di stabilità interno degli enti territoriali;
  4. Forte regia centrale: il Governo ha il diritto/dovere di verificare il tempestivo utilizzo dei fondi da parte egli enti finanziati e deve mettere in competizione i progetti;
  5. Tempi rapidi e certi per l’utilizzo delle risorse: appalti entro 60 giorni per i progetti pronti e attribuzione dei fondi ad un altro soggetto attuatore in caso di inadempienza;
  6. Gare trasparenti e veloci;
  7. Ricostituzione del tessuto imprenditoriale specializzato.

Il Governo Renzi ha promesso di aprire, entro il prossimo mese di dicembre, almeno 570 cantieri per un valore complessivo di 650 milioni di euro. Vedremo se resteranno le solite promesse da marinaio…

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