Sacchetti di plastica: pagarli non risolve, solo vietarli ci libererà di loro

di Marco Grilli del 23 settembre 2014

Introdurre il pagamento di una piccola cifra per l’acquisto dei tanto inquinanti sacchetti di plastica potrebbe esser un accorgimento del tutto inutile a scoraggiare il loro utilizzo.

Urgono quindi altre misure per giungere alla graduale abolizione delle buste in plastica – non biodegradabili e nemiche dell’ambiente – perché i pochi spiccioli necessari per il loro acquisto non modificano le consuetudini dei consumatori.

Questo emerge da un rapporto pubblicato da Wrap, l’organo consultivo sui rifiuti del Governo britannico. Secondo tale dossier, in Irlanda del Nord, dove da un anno è stato introdotto il pagamento di 5 pence (0,63 centesimi di euro) per l’acquisto delle buste di plastica, il loro consumo è diminuito del 71%, mentre in Inghilterra, dove tale misura non è stata ancora applicata, l’utilizzo delle shopping bag è aumentato del 5%.

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Il dato più significativo è però quello del Galles: qui l’imposizione di un piccolo esborso per l’utilizzo delle borse di plastica risale a due anni fa e, dopo un crollo iniziale dei consumi, quest’ultime sono rapidamente tornate di moda, tanto che la loro diffusione ha fatto registrare un significativo incremento.

Insomma, dopo i repentini cambiamenti nei comportamenti dettati dall’introduzione di nuovi oneri, basta poco tempo per far riemergere le vecchie e purtroppo non sempre buone abitudini.

Non stupitevi di tali conclusioni, però, perché tali atteggiamenti sono già conosciuti da tempo dagli psicologi del comportamento, che dopo aver studiato varie situazioni hanno rilevato come il pagamento di una multa o ammenda per abitudini non esemplari, ritenuta comunque giusta, faccia rapidamente svanire i sensi di colpa e costituisca una sorta di pulizia della coscienza, mantenendo appunto inalterate le vecchie consuetudini.

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Le sorprese, se così le possiamo chiamare, non finiscono qui. Altri comportamenti sono stati minuziosamente studiati, come quello di attribuire un prezzo piuttosto alto ad un articolo. Ebbene, quello stesso prezzo è destinato a creare un valore. Un esempio? Quando, nel 2007, da Sainsbury (nota catena di supermercati inglesi di fascia medio-alta) furono vendute a 5 sterline (6,30 euro) delle shopping bag riutilizzabili e ad edizione limitata firmate Anya Hindmarch, fin dall’alba i consumatori si misero in fila per metter le mani su questi oggetti cult, che sarebbero stati poi addirittura rivenduti su Ebay a 200 sterline (250 euro).

D’altronde, gli stessi commercianti hanno tutto l’interesse a far circolare le loro borse col loro marchio, per renderlo maggiormente visibile e accattivante. I consumatori che si accalcano lungo le vie dello shopping con le buste firmate contribuiscono ad una sorta di pubblicità occulta, che rappresenta un gran vantaggio per i produttori. Ecco perché, oltre a far pagare i clienti, avrebbe senso tassare le aziende per ogni borsa distribuita, aumentando il contributo in caso di sponsorizzazione del proprio nome e logo.

Un’altra interessante curiosità emerge dal dossier redatto da Wrap. Tra il 2006 e il 2009, quindi ben prima dell’imposizione di un prezzo per le buste di plastica, si assistette nel Regno Unito ad una clamorosa diminuzione nei consumi dei sacchetti: un trend dovuto essenzialmente alla maggior sensibilità nei confronti delle questioni ambientali.

Non pensate però che sia tutto così semplice: l’appello alla coscienza dei cittadini funziona solo fino ad un certo punto. Come ormai ampiamente appurato dai ricercatori, è purtroppo vero che anche tra coloro che hanno a cuore la tutela ambientale, la sola consapevolezza dei problemi che essa implica non basta di per sé a fargli modificare i comportamenti in senso più green.

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In pratica, i consueti consigli tendenti a incoraggiare le abitudini eco-sostenibili  a partire dal rafforzamento della propria immagine e identità (vale ad esempio lo slogan “Sono una buona persona e le buone persone riutilizzano le loro buste di plastica”), tendono impietosamente ad infrangersi quando ci ritroviamo a far la spesa in un supermercato.

Ciò che invece tende ad incidere efficacemente sui comportamenti, secondo gli psicologi, non è tanto l’improvvisa scoperta di un’anima ‘verde’ in ognuno di noi, quanto l’adeguamento ad una vecchia logica di branco. È la nota norma sociale secondo la quale compiamo un’azione o teniamo un comportamento perché è quello prevalente tra la massa. In pratica, se tutti fossero impegnati a trovare alternative alle borse di plastica, magari anche senza capirne le motivazioni, anche noi lo saremmo. Tradotto: noi lo facciamo perché tutti gli altri lo stanno facendo, e tutti gli altri lo stanno facendo perché noi lo facciamo.

Non sarà proprio il massimo dell’originalità, ma se questa logica di adeguamento non consapevole alle consuetudini diffuse dovesse valere a risolvere i problemi ambientali, ben venga. Magari non tutti capiranno bene i fini delle loro azioni, ma almeno non creeranno danni! D’altronde, proprio l’industria della moda ha tratto vantaggi da tale meccanismo di omologazione.

Da ultimo, l’unico sistema utile per limitare l’uso degli odiosissimi sacchetti di plastica, è vietarli! Perché non provarlo allora per la tutela del nostro ecosistema?

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