Polo petrolchimico di Siracusa: i danni in una video-inchiesta che vince un premio giornalistico

di Marco Grilli del 4 novembre 2014

«Il polo petrolchimico di Siracusa è il più grande d’Europa, le industrie hanno smaltito i rifiuti tossici costruendo campi sportivi nei principali quartieri: giocando a pallone tra arsenico e metalli sono cresciute intere generazioni e adesso numerosissimi stanno lottando contro il cancro».

Queste poche righe di presentazione sintetizzano il contenuto dell’inchiesta giornalistica di Antonio Condorelli, Morire di sviluppo, che si è aggiudicata il premio “Ilaria Alpi” 2014 per la sezione Coop ambiente.

La storia del petrolchimico più grande d’Europa affonda le sue radici nell’immediato dopoguerra, quando la  Sicilia distrutta dai bombardamenti e in profonda crisi economica  decise d’investire sull’industrializzazione per ripartire e sconfiggere arretratezza, disoccupazione e fame.

In breve tempo, grazie anche a consistenti investimenti pubblici, tutta l’area costiera della parte orientale dell’isola compresa nei Comuni di Augusta, Priolo Gargallo e Melilli assistette al proliferare di attività volte alla raffinazione del petrolio, alla trasformazione dei suoi derivati ed alla produzione energetica.

Tutto partì dal lontano 1949, quando il cav. Angelo Moratti trasferì dal Texas ad Augusta il primo impianto di raffinazione, decretando il destino industriale di un’area che avrebbe avuto enormi potenzialità nel campo dell’agricoltura specializzata, così come nella pesca e nel turismo, poiché ricca di siti archeologici di straordinaria importanza.

Il primo complesso dette il là alla creazione di numerose infrastrutture che modificarono radicalmente il territorio (linee ferroviarie, oleodotto, strutture portuali ecc.), mentre altri stabilimenti sorsero come funghi nel litorale siracusano, dalla centrale termoelettrica Tifeo Augusta entrata in funzione nel 1959, alle numerose aziende di produzione e distribuzione di GPL (Liquigas, Migas Sicilia, Ilgas) fino all’indotto di fabbriche edili tese a soddisfare la crescente richiesta di materiali e alla famigerata Eternit che in Sicilia aveva uno stabilimento volto alla produzione di manufatti in cemento e, purtroppo,  amianto.

Nel 1956 presso la rada di Augusta sorse il complesso industriale della Società industriale catanese (Sincat) del Gruppo Edison, attivo nella chimica inorganica (acido nitrico, acido fosforico, fertilizzanti), che già ai primi degli anni ’60 impiegava oltre 3mila lavoratori e riusciva a produrre ben 800mila tonnellate di concimi. Il polo petrolchimico fu poi completato da vari altri stabilimenti (1957, Celene per la produzione di prodotti chimici e materie plastiche; 1958, Espesi per l’estrazione del bromo dalle acque marine; 1959, Augusta petrolchimica del gruppo Montecatini per la produzione di ammoniaca; 1962, Technider per la progettazione e vendita di impianti petroliferi, ecc.) che accrebbero investimenti, occupazione e reddito, tenendo nascosto però il terribile impatto ambientale.

Eppure nei primi decenni tutto pareva procedere per il meglio, all’insegna del miracolo industriale di una regione da sempre arretrata, che partecipava con entusiasmo al boom dell’economia italiana. «Era un miraggio, qui, per le persone degli anni ’50, sentirsi dire che ad una certa età smetteremo di lavorare e ci verrà data la pensione tutti i mesi, potremo crescere i figli e farli studiare. Davanti a questo chiunque avrebbe detto ‘caspita, è un miglioramento’», afferma una testimone intervistata da Condorelli, che ha perso suo padre per un tumore al cervello.

Tra il 1956 e il 1959 l’area del petrolchimico fu oggetto di investimenti per un totale di 130 miliardi di lire, il reddito medio nei Comuni siciliani interessati al polo crebbe dalle 148mila del 1951 alle oltre 850mila lire del 1971, l’occupazione salì di oltre il 7% nel decennio 1950-’60 e furono creati 20mila posti di lavoro in soli 20 anni, mentre il porto di Augusta divenne il più importante porto industriale italiano e uno dei più rilevanti in Europa.

Non si pensava, o forse si nascondeva per interesse, che tutto quel progresso e benessere recasse in sé anche morte e distruzione. Era ciò che denunciava il grande giornalista vittima della mafia Giuseppe Fava, che dalle colonne del suo giornale “I Siciliani” smontava gli entusiasmi per quella regione divenuta la prima potenza industriale petrol-chimica del Mediterraneo: «Tutto il grande sogno dell’industria siciliana è finito in quelle cento, duecento ciminiere metalliche che sprigionano fuochi velenosi, notte e giorno. Il mare di piombo senza più pesci, gli esseri umani che cominciavano a morire… ecologicamente fu un delitto, politicamente un bluff, storicamente una canagliata».

Leggi anche: Nuovo incidente a Gela per opera di Eni

Quel boom economico tanto osannato dai sostenitori dell’industrializzazione non fu destinato neanche a durare, mentre i veleni rimasti sul campo iniziarono a far sentire i loro tragici effetti sulla salute degli uomini e del territorio. Già dalla fine degli anni ’70 l’area siracusana entrò in profonda crisi, a causa della delocalizzazione degli impianti di trasformazione, della forte concorrenza esercitata da Cina e India, nonché dalla diminuzione delle attività di raffinazione del greggio mediorientale, sempre più lavorato in loco.  Conseguenze: un numero crescente di fabbriche chiuse, calo dell’occupazione, riduzione degli investimenti e assenza di prospettive di sviluppo.

Quella curva di costante crescita di reddito e lavoro piegò pericolosamente verso il basso, laddove quel territorio sempre più deturpato e inquinato iniziò la conta dei suoi morti per tumore.

Dal 1966 al 1976 le vittime di cancro aumentarono del 20%, solo un caso? Difficile sostenerlo, perché ad Augusta dal 1980 cominciarono anche le segnalazioni di neonati leucemici e malformati, con una percentuale dell’1,9 nel decennio ’80 (rispetto all’1,54 della media nazionale), cresciuta preoccupantemente al 3,18 negli anni ’90. Che dire poi dell’eccesso delle malformazioni genitali, che negli anni ’80 hanno riguardato ben il 214‰ per mille dei neonati (contro una media nazionale del 100‰), saliti al 303 nel decennio 1990-2000?

Tutto ciò senza contare l’incredibile numero degli incidenti sul lavoro, lo sconvolgimento del territorio (solo ad esempio la turistica Marina di Melilli è letteralmente scomparsa per lasciar posto all’insediamento petrolchimico e il mare del golfo, nel 2001, si è colorato di rosso a causa di una percentuale di mercurio 20mila volte superiore a quella consentita) e le difficoltà produttive per settori trascurati e pesantemente danneggiati dall’industrializzazione selvaggia (pesca, agricoltura, turismo), che se sostenuti avrebbero potuto essere altamente remunerativi.

Potrebbe interessarti: Morti per inquinamento ma per colpa dell’ecomafia

Inspiegabilmente, nonostante le denunce e gli allarmi lanciati da una popolazione sempre più consapevole e arrabbiata, l’area del petrolchimico fu dichiarata a rischio ambientale solo nel 1990, cinque anni prima del D.P.R. (17/1/1995) che lanciò il piano di disinquinamento del territorio della provincia di Siracusa-Sicilia orientale, deliberando i primi stanziamenti.

Nel suo reportage, Condorelli ci porta alla scoperta dei resti dello stadio di Augusta, uno dei tanti impianti sportivi costruiti per volontà delle aziende. Qui un’area umida e salina fu utilizzata dalla Montedison per liberarsi dei suoi rifiuti tossici e nocivi: la colmata fu realizzata infatti con le pericolosissime ceneri di pirite. In quel campo ricco di arsenico, piombo e zinco sono cresciute intere generazioni, macchiandosi inconsciamente gambe e maglie con quella misteriosa sostanza rossa, ritenuta causa di molti tumori.

Il viaggio continua nella penisola di Magnisi, nota come Thapsos, il più importante sito protostorico siciliano, dove le aziende hanno scaricato illegalmente per anni rifiuti tossici, trasformando un bellissimo sito di eccezionale rilevanza archeologica in una vergognosa discarica a cielo aperto. La bonifica-farsa ha portato unicamente alla recinzione e copertura superficiale con polvere bianca dell’area incriminata, non riuscendo ad evitare la fuoriuscita della pirite che si è diffusa nei campi circostanti, dove ancora pascola il bestiame.

L’ex-ministro dell’Ambiente Prestigiacomo aveva stanziato 770 milioni per un piano complessivo di bonifica e riqualificazione riguardante il Comune di Priolo Gargallo e i porti di Siracusa e Augusta, prevedendo un ruolo attivo dei sindaci. Condorelli va alla vana ricerca di questi fondi, persi tra le pastoie burocratiche e in parte riallocati al Tesoro. Un classico italiano, che si traduce sempre nel lasciare le cose inalterate.

Scopri: Tutti gli impianti più pericolosi della Sicilia

Bonifica vana quindi anche per la rada di Augusta, dove i petrolchimici hanno riversato ben 18mila tonnellate di mercurio. Non stupiscono quindi le anomalie riscontrate nel pesce destinato all’alimentazione, raccontate impietosamente a Condorelli dalla biologa Mara Nicotra. Prodotti finiti sulle tavole degli italiani, con danni incommensurabili.

Eppure, scopre il giornalista premiato, secondo il prof. Salvatore Sciacca – direttore scientifico del registro tumori della Regione Sicilia – non esiste alcun nesso tra le attività industriali e tale devastante malattia. Forse perché lo stesso professore, oltre a tale incarico, presiede il consorzio fondato dai petrolchimici per controllare l’ambiente? Anche il conflitto d’interessi pare lontano dall’esser combattuto nel nostro Paese. E così l’aumento delle polveri sottili dell’area siracusana viene facilmente spiegato come effetto delle tempeste di sabbia provenienti dall’Africa.

Intanto la gente continua a morire. Quattro vittime su cinque ad Augusta riscontrano la stessa causa di morte: cancro.

Fortunatamente c’è ancora chi si batte per tenere accesi i riflettori su questa triste realtà. È don Palmiro Presutto, un reduce dalla malattia che ha creato un registro di tumori parallelo a quello regionale, intervistato nell’inchiesta andata in onda su “La7”. Il 28 di ogni mese, al posto dell’omelia, il prelato celebra un rito anomalo ma tragico: legge l’elenco delle vittime di tumore, per ricordare persone anonime fuori dagli onori della cronaca, che continuano a perdere la vita senza che nessuno cerchi le responsabilità o faccia giustizia.

Blandino Emanuela, 25 anni, melanoma, ricercatrice universitaria; Caruso Giovanna, 67 anni, tumore ai polmoni e all’utero, casalinga; Giummo Ennio, 42 anni, tumore ai polmoni, dipendente Esso… ma la lista è ancora troppo lunga.

 

{ 0 comments… add one now }

Leave a Comment

Inserisci il numero esatto *