Pneumatici come barriere marine? No grazie!

di Rossella del 3 luglio 2015

Un progetto che nasceva con l’intento di salvaguardare l’ambiente è diventato un disastro ecologico: le barriere marine di pneumatici usati. Oggi, dopo numerosi problemi, si sta procedendo alla loro rimozione in tutto il Mondo.

Un errore colossale? Così potrebbe essere definita la scelta – compiuta alcuni decenni fa – di impiegare gli pneumatici usati per comporre delle barriere marine; c’era la convinzione che potessero favorire la colonizzazione delle diverse specie che vivevano in mare, in realtà in 40 anni, a causa della forza degli uragani, sono stati sparpagliati a migliaia di chilometri di distanza e alla fine i danni si sono rivelati decisamente superiori ai benefici. Di conseguenza è arrivata la decisione di rimuovere queste barriere di gomma.

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Pneumatici come barriere marine: più danni che benefici

Negli anni Sessanta la creazione di barriere artificiali fatte di pneumatici usati sembrava la soluzione migliore per moltiplicare la fauna marina, creare delle barriere artificiali capaci di favorire la colonizzazione delle specie e, in seconda battuta, aiutare anche la pesca; così, nei fondali davanti alle coste in molte zone del Pianeta vennero collocati pneumatici. L’idea sembrava vincente anche da un altro punto di vista, ovvero lo smaltimento degli pneumatici usati (tant’è vero che a formulare la proposta fu la Goodyear).

Qualche decennio dopo, quella che era considerata una soluzione ottimale, si è rivelata un errore; riempire i fondali di numerose coste con milioni di pneumatici non ha portato i benefici prospettati, tutt’altro!

Con il tempo si è infatti compreso che il progetto si stava trasformando in un disastro ecologico: non solo la vita marina non è apparsa, ma molti degli pneumatici inizialmente tenuti assieme da cavi di acciaio e nylon, si sono staccati, disperdendosi sul fondo dell’oceano.

Gli pneumatici sono infatti troppo leggeri e possono essere spostati in caso di tempeste. Alcuni di questi sono arrivati sulla spiaggia, altri si sono incastrati nella barriera naturale, bloccando la crescita dei coralli e rovinando la vita sottomarina, altri ancora, a causa delle correnti forti correnti oceaniche sono stati trascinati a grande distanza da dove erano stati posizionati in origine e, cosa ben peggiore, la forza dell’acqua li ha ridotti in brandelli.

Inoltre, con il trascorrere degli anni e l’azione di erosione dell’acqua, gli pneumatici hanno rilasciato metalli pesanti e idrocarburi, che sono ovviamente tossici sia per l’ambiente marino che per i pesci e gli altri animali che si trovano sott’acqua, come ha spiegato Jacky Bonnemains, che fa parte del gruppo ambientalista “Robin Hood“.

Pneumatici come barriere marine? No grazie!

Pneumatici come barriere marine? No grazie!

Questo genere di problema si è verificato in tutti i siti che hanno sperimentato barriere di pneumatici, ad esempio, in Virginia, quando nel 1996 si è abbattuto sulle sue coste l’uragano Fran, le gomme sono state ritrovate sulle spiagge del Nord Carolina.

Pneumatici come barriere marine: la rimozione

Così, cinquant’anni più tardi, si è dato il via all’operazione di recupero delle gomme, che però non si presenta affatto semplice.

Il primo Paese ad attivarsi per la rimozione delle barriere marine composte da pneumatici è stata la Francia, che ha iniziato l’operazione di pulizia delle migliaia di pneumatici affondati circa cinquant’anni fa di fronte al litorale della Costa Azzurra.

Il ritiro degli pneumatici è difficile e costoso ma appare inevitabile e la Francia ha già recuperato i primi 2mila pneumatici degli oltre 25mila gettati in acqua, che corrispondono a circa 90mila mc. Più imponente la mole di lavoro che spetta al Giappone, il primo Paese a credere a questo metodo, oggi chiamato a recuperare più di 20 milioni di mc di pneumatici al largo delle sue coste. Anche l’Indonesia et la Malesia hanno inaugurato programmi di barriere fatte di pneumatici negli anni ’80 e oggi cominciano a subirne gli effetti negativi.

La situazione, ad esempio, è particolarmente drammatica a largo di Fort Lauderdale, in Florida, dove 2 milioni di pneumatici sono stati immersi nel 1972 a circa 2 km dalla costa per costituire la più grande barriera artificiale sottomarina di pneumatici usati, con l’intento di creare un nuovo habitat marino che allentasse la pressione su quelli naturali e al contempo sbarazzarsi di rifiuti ingombranti. Un errore che alla Florida è costato finora 2,6 millioni d’euro.

Oggi gli USA e altre nazioni hanno dichiarato illegali queste barriere artificiali, ma ormai è troppo tardi. Una volta completato il recupero, si pone un altro problema: che fine faranno tutte quelle gomme rimaste sott’acqua?

Immagini via shutterstock.

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