Ancora polemiche per il dietrofront dell’UE sulla questione dell’olio d’oliva in tavola

di Manlio del 9 giugno 2013

Per i consumatori europei assidui frequentatori di ristoranti e tavole calde, il mese scorso sembrava praticamente concretizzata l’eventualità di dire addio per sempre alla brocchetta di vetro piena di olio a favore delle più comuni bottiglie di fabbrica.

Lo scorso mese di Maggio, infatti, l’UE, a far data dal  1 gennaio 2014, aveva posto il divieto di portare in tavola olio di oliva sfuso in tutti i Paesi dell’Unione perchè considerato poco igienico e soprattutto in quanto potenziale veicolo per compiere frodi ai danni del consumatore: forte è infatti la tentazione di alcuni ristoratori del vecchio continente di servire olio low cost e di bassa qualità – pagato magari un ventesimo di un olio dop – e spacciarlo come tale all’ignaro consumatore.

Il nuovo regolamento, poi affossato dall’opposizione di Germania e Olanda, prevedeva l’obbligo in capo ai ristoratori europei di servire olio in tavola solo se contenuto in bottiglie opportunamente sigillate ed ermetiche e con il marchio UE: una misura caldeggiata soprattutto dai Paesi Mediterranei, produttori di olio di oliva e interessati ad una tutela della produzione di qualità locale.

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L’approvazione prima e la revoca poi di questo nuovo regolamento altro non ha fatto se non accendere il dibattito sulla questione. I punti di vista sono due e possono essere press’a poco sintetizzabili in questo modo.

Da un lato c’è chi appoggia il nuovo regolamento, in quanto misura fondamentale a tutela non solo del consumatore e della salute pubblica, ma anche delle produzioni veramente pregiate e a maggior rischio di essere contraffatte. Un passo nella direzione di diffondere una vera cultura dell’olio d’oliva e del riconoscimento delle sue qualità.

Dall’altro, c’è chi, soprattutto nelle nazioni del Nord Europa, pone l’accento sulla libertà di scelta del ristoratore e sulla tutela delle produzioni artigianali di piccole aziende familiari, sfavorite nei confronti delle aziende più grosse operanti in questo settore. Una disfatta del prodotto artigianale a favore dell’olio industriale, la morte certa dei piccoli produttori a favore delle grande industrie e del commercio su larga scala.

Un caso emblematico è quello di Sam Clark, scrittore, chef e titolare del premiato ristorante Moro a Londra, che, nel dichiarare il suo dissenso nei confronti della nuova direttiva poi ritirata, ha sottolineato come secondo lui finisse col ledere la libertà di scelta dei ristoratori. Nel suo locale, infatti, l’olio extravergine viene acquistato direttamente da una fattoria spagnola per garantire una maggiore qualità delle pietanze.

Dove sta la ragione? Non è una questione semplice: certamente le libertà vanno tutelate,  ma questo vale a maggior ragione per la salute pubblica e vanno evitate frodi e inganni che colpiscono sempre più frequentemente il condimento simbolo della nostra cucina.

In ogni caso, queste divisioni e l’atteggiamento ondivago palesato dalla commissione non aiutano l’Unione Europea nell’attuale frangente di fiducia scesa a livelli di guardia. Le questioni urgenti che l’UE deve affrontare oggi sono tante, dalla disoccupazione alla tenuta dell’unione monetaria e spiace vedere divisioni e piccoli egoismi nazionali a farla da padrone in questi momenti.

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