Pomodoro e broccoli made in Cina: cosa arriva sulle nostre tavole?

by Luca Scialò on 21 maggio 2016

Un’altra storia dei nostri tempi: il pomodoro che arriva dalla Cina e che finisce (soprattutto) nella classica pizza del sabato sera. Perché è opportuno saperne di più e come ovviare al non proprio positivo fenomeno.

Made in Italy sotto attacco. Se in un precedente articolo vi abbiamo parlato di come negli Stati Uniti d’America sia spacciato per parmigiano il formaggio Parmesan, in questa sede denunciamo l’arrivo sulle nostre tavole di due prodotti tipici italiani dalla Cina. Ossia, pomodori e broccoli.

Ad evidenziarlo Coldiretti, in una manifestazione tenuta qualche settimana fa appannaggio della dieta mediterranea. Infatti, secondo l’associazione dei coltivatori diretti, 2 pizze su 3 servite in Italia sono ottenute da un mix di ingredienti proveniente da terre coltivate a migliaia di chilometri di distanza.

Pertanto, lontani dagli standard qualitativi delle nostre filiere agroalimentari.

I numeri del fenomeno sono inquietanti. Basti pensare che ogni giorno vengono sfornate ben 5 milioni di pizze, il che tradotto significa 200 milioni di chili di farina, 225 milioni di chili di mozzarella, 30 milioni di chili di olio di oliva, 260 milioni di chili di salsa di pomodoro.

Una lista della spesa che vale quasi 2 miliardi di euro l’anno. Cifre (g)astronomiche in buona parte sottratte alle nostre piccole e medie imprese agricole.

Numeri allucinanti riguardano anche l’export cinese di pomodoro in Italia: nel 2015, il paese del Dragone ha quintuplicato le esportazioni di concentrato di pomodoro raggiungendo il 10% della produzione italiana.

E non solo quello mina la nostra mitica pizza: si pensi all’olio che arriva dalla Tunisia, i formaggi importati soprattutto dall’Est Europa. Della pizza italiana, di italiano è rimasto ben poco. Se si considera pure che la manifattura spesso è di marchio straniero.

Ma, come detto, anche il broccolo è sottoposto a importazione selvaggia. E ci arriva pure contaminato. Il broccolo cinese, sulla base della analisi condotte dall’Efsa (Agenzia Europea per la sicurezza alimentare), contiene residui chimici nella quasi totalità dei campioni analizzati (92%).

Di qui la necessità dunque di apporre chiare etichette ai prodotti che usiamo. E in mancanza di esse, meglio evitare di acquistare il prodotto.

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