Prodotti agroalimentari tradizionali: cosa sono e quali sono

by Valerio Guiggi on 9 aprile 2016

I prodotti agroalimentari tradizionali sono alla base della nostra cultura e delle nostre tradizioni, ma sono osteggiati dall’Europa.

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma il nostro paese rispetto alle politiche agricole dell’Unione Europea non è messo granché bene.

Infatti, l’Europa sta molto spingendo verso la meccanizzazione dell’agricoltura, verso l’accentramento, verso l’intensività: si premiano quelle aziende agricole che producono molto, che sono in grado di promuovere tanti servizi diversi, di dare di più. Una cosa che spesso, per motivi più grandi di noi, nel nostro paese non è possibile.

È troppo difficile intensificare l’allevamento delle vacche da latte sulle alpi, così come è difficile intensificare ed estendere la coltivazione di certi tipi di vegetali, che sono particolari proprio perché nascono in un posto ben preciso ed hanno quelle caratteristiche perché sono lì.

E visto che questo non lo possiamo fare, il nostro MIPAAF (il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali) ha pensato di cercare di valorizzare i prodotti di nicchia, proprio quelli che l’Europa cerca di far scomparire a favore delle grandi produzioni: sono nati così i PAT, i prodotti agroalimentari tradizionali.

Leggi anche:

Cosa sono i prodotti agroalimentari tradizionali

Probabilmente, un PAT voi non lo avete mai mangiato, o se lo avete mangiato non lo sapete. Perché i PAT non sono il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma o simili, che hanno rilevanza nazionale e sono essenzialmente pochi, perché sono strutturati ed hanno un grande personale che li segue. Quelli sono i “prodotti a marchio”, e i marchi sono DOP e IGP.

I PAT sono molto meno diffusi, e rappresentano piccolissime realtà, le realtà dell’Italia da scoprire, wuella che in pochi conoscono. L’Italia delle osterie, del ristorante in cima al monte, del piccolo imprenditore agricolo che ti fa assaggiare una cosa che non hai mai mangiato. Avere il riconoscimento PAT è relativamente semplice, perché lo da la regione di appartenenza (e non la UE) e il registro viene tenuto dal MIPAAF, sul sito del quale sono consultabili gli oltre 4.000 prodotti tipici italiani. Solo il numero, da solo, ci fa capire che patrimonio abbiamo in questo ambito.

Se volete divertirvi, il file da consultare è questo: provate a vedere se, tra tutti quelli presenti, ne conoscete almeno qualcuno!

I limiti dei prodotti agroalimentari tradizionali

I limiti di questi prodotti, come dicevamo all’inizio, stanno nel fatto che l’Unione Europea essenzialmente ne ostacola la diffusione.

Secondo le leggi imposte, infatti, questi prodotti non devono essere considerati come qualcosa di superiore a tutto il resto, perché per quelli ci sono già i marchi DOP ed IGP, che sono gli unici riconosciuti ufficialmente in Europa. Che, certo, hanno una rilevanza molto maggiore, ma anche dei costi di mantenimento (della struttura operativa più che del prodotto) che sono eccessivamente alti per un prodotto fatto da poche aziende, addirittura a volte da una sola azienda o, in casi estremi, da una sola persona, vedi il caso del Sassicaia, uno dei vini più apprezzati del mondo intero.

Certo, è vero che sono tollerati dall’Europa perché i loro quantitativi sono così esili che non rappresenteranno mai una minaccia per i prodotti più diffusi, ed hanno essenzialmente solo un’importanza a livello locale; comunque delle imposizioni dall’alto ci sono state fatte, ad esempio quella in cui (a differenza dei DOP) non devono essere presenti nei PAT dei limiti geografici. Insomma, un “Prosciutto di Pisa” non potrebbe esistere come esiste un “Prosciutto di Parma”.

Come nascono i prodotti agroalimentari tradizionali

In fondo, il nostro ministero non ha fatto un’operazione sbagliata nel cercare di valorizzare questi prodotti, cercando peraltro anche di incrementare la nostra economia, nonostante il potere economico di chi produce questi piatti sia la maggior parte delle volte molto limitato.

Comunque, ha fatto in modo che creare un prodotto tradizionale fosse relativamente semplice. Il prodotto deve infatti rispettare una tradizione, certo, e questa tradizione deve perdurare da almeno 25 anni, che non sono tantissimi: sarebbe sufficiente che un ristorante facesse lo stesso piatto, apprezzato, dal 1991 (ora che è il 2016) per poter legalmente chiedere di inserirlo tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali, purché ovviamente dimostri che 25 anni fa qual prodotto era già disponibile.

La lavorazione, la preparazione, l’eventuale stagionatura, devono chiaramente essere ben segnalati e standard, senza variazioni tra le aziende che producono quel prodotto, ma a parte questo i vincoli sono veramente pochi.

Chiaramente, il ritorno economico di chi fa questo genere di produzioni certamente non è altissimo, non si diventa certo ricchi con produzioni del genere; tuttavia, intraprendere una strada del genere consente di valorizzare il proprio territorio e il proprio lavoro, considerando che esistono delle associazioni come Slow Food ed opportunità particolari di vendita come Eataly in cui questi piccoli produttori possono mettere in mostra le caratteristiche di ciò che, appunto, producono.

Un modo per valorizzare queste piccole produzioni, che potremmo definire delle nostre “piccole perle” che in uno scenario come quello della globalizzazione, dell’intensificazione, del produrre tanto, e produrre cose di scarsa qualità, si andrebbero inevitabilmente a perdere: questi sono i PAT.

Sono i prodotti che raccontano la storia del nostro paese.

{ 0 comments… add one now }

Leave a Comment

Inserisci il numero esatto *