Sierra Club: The Cost of Coal documenta i costi del carbone nell’America più svantaggiata

di Erika Facciolla del 29 novembre 2012

Dig, Burn, Dump’, ovvero, ‘scavare, bruciare, abbandonare’: è questo il triste destino che ha scandito e continua a scandire la vita di alcune delle popolazioni più povere d’America. Parliamo di un’America dimenticata, lontana dai riflettori di Hollywood e dal fascino metropolitano. Un’America lontana dall’avventura dell’on the road e dal mito della terra delle opportunità.

Dove alcune comunità pagano giorno dopo giorno l’alto costo del carbone nell’indifferenza di una società che dal carbone ha tratto la sua fortuna (e sfortuna), chiudendo gli occhi di fronte alle nefaste conseguenze che la logica del ‘profitto ad ogni costo’ ha comportato negli anni.

E’ questa l’America che il Sierra Club – una delle più grandi ed antiche organizzazioni ambientaliste americane – intende documentare attraverso il progetto ‘The cost of Coal’ : un viaggio narrato attraverso le voci dei protagonisti, di chi la tragedia l’ha vissuta e continua a viverla, attraverso luoghi che sembrano dimenticati da Dio, nel West Virginia, nel Michigan, nel Nevada.

Qui l’industria del carbone non ha risparmiato nulla e nessuno: colline e montagne sventrate, corsi d’acqua sepolti, ettari ed ettari di boschi distrutti, città e villaggi cancellati dalle carte geografiche, popolazioni decimate da varie malattie dell’apparato respiratorio e dal cancro, da problemi cardiaci e attacchi d’asma.

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Tutte queste causate dalle ceneri di carbone presenti nell’aria. Dense nubi cariche di sostanze tossiche come mercurio, arsenico e selenio. Ed è solo una piccola parte dell’immenso tributo che queste comunità hanno versato in onore del ‘Dio Carbone’.

Vagando in questi luoghi per più di un mese la foto-reporter Ami Vitale ha catturato scatti di vita per strada, nei parcheggi, nei campi e nei giardini; istantanee rubate a chi conduce un’esistenza a metà tra l’essere ‘sommersi’ dalla tragedia e l’essere ‘sopravvissuti’ alla tragedia, sospesi in un limbo dove si consuma il dolore di chi è costretto a subire sulla propria pelle i danni provocati dal carbone lungo tutto il suo ciclo di vita: dall’estrazione a quando viene bruciato, fino all’abbandono dei residui industriali inutili ma letali per l’uomo.

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Dig, Burn, Dump’, appunto. E non c’è scampo a tutto questo. Non c’è modo di arrestare questo scempio finché il motore che sostiene questa terribile macchina è sempre accesso, alimentato dalla fame di energia di quella parte di America che con il carbone non si sporca le mani ma di sicuro la coscienza.

In questi luoghi avvelenati e segnati in maniera indelebile, vivono persone gentili e discrete, desiderose di raccontare le loro storie con parole semplici, non filtrate. Racconti che, lungo tutto il percorso della Vitale, parlano di minatori uccisi da una vita trascorsa a lavorare sottoterra, delle loro famiglie distrutte e dell’infanzia strappata ai bambini. Parlano di un’industria, quella mineraria, che per troppi anni ha goduto di sussidi e scappatoie normative, e che ha generato quasi un terzo dell’inquinamento che affligge gli Stati Uniti.

Lindytown (West Virginia), ad esempio, una volta popolata da decine e decine di famiglie, oggi è un villaggio-fantasma dove è rimasta una sola famiglia, l’unica che non ha voluto vendere la propria casa al colosso minerario Massey Energy, che nel 2010 causò uno dei più gravi disastri minierari, in cui persero la vita 29 persone.

Charles Bella, invece, vive nella piccola comunità di Blair, dove fino al 1999 è stato estratto carbone dal ventre di una montagna che oggi non esiste più. Milioni e milioni di tonnellate, che hanno fatto la fortuna di alcuni e la rovina di altri. Le polveri sollevate dall’intensa attività estrattiva – Charles e si suoi concittadini – se le ricordano bene: ne era impregnata l’aria, ricoperte le macchine, le verande e perfino uscire di casa era diventato impossibile. Così come impossibile era sopportare il rumore costante delle trivelle che faceva da sottofondo alla vita di queste persone, 24 ore su 24, giorno e notte.

E a scorrere le righe di questa come di altre dolorose interviste, l’indignazione cresce e l’inferno artificiale descritto nei racconti di questi dannati prende forma, pian piano, davanti ai nostri occhi.


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