Quando la moda è da mangiare…

di Martina Pugno del 8 novembre 2013

Cibo e moda: due mondi che spesso appaiono in contrasto (e le donne lo sanno bene), ma che possono dare risultati affascinanti se tra di essi viene stretto un connubio. A pensarci è un sempre maggiore numero di stilisti, che traggono ispirazione, per le loro creazioni, proprio dal mondo culinario. Ecco alcuni ‘gustosi’ esempi.

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Couture coltivata (fermentata da gelatina e alghe)

Emily Crane, studentessa di moda della Kingston University, ha sviluppato una fibra commestibile ottenuta dalla fermentazione di alghe, per cui i suoi vestiti sono crescono letteralmente in una coltura di gelatina, alghe e coloranti alimentari. Invece di lottare con bottoni e fettucce, la giovane stilista ha deciso di dare sfogo alla sua arte in cucina, e proprio dalla cucina presentarla al pubblico. Nel corso della Settimana della Moda di Londra ha disertato le passerelle per presentare i suoi capi nella cucina del ristorante stellato The Fat Duck!

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Moda fermentata (tinta nel vino rosso)

Contro quante macchie di vino o altre bevande alcoliche avete dovuto lottare nel corso della vostra vita? Eppure, potrebbe essere poprio il vino a diventare una risorsa per la tintura delle produzioni d’alta moda. L’idea è nata da un gruppo di ricercatori nei laboratori della University of Western Australia, che hanno voluto sostituire le macchine per la tintura con dei microbi attivi tramite il progetto Micro’be. Innovativo è anche il materiale che, compresso da microfibre di cellulosa, al tatto rivela la consistenza del cotone. L’abito, spiegano i ricercatori, conserva un vago odore di aceto, ma assicurano di offrire in cambio un prodotto molto più sostenibile del cotone.

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Moda liquida (vestiti al sapore di frutta)

Inventato dalla designer tedesca Anne Domaske, Qmilk è il nome del prodotto brevettato che permette di ricavare fibre proteiche dal latte. L’abito è anche un progetto di riciclo: la proteina contenuta nel latte necessaria alla sua realizzazione viene estratta soltanto dal latte andato a male e non più adatto alla consumazione umana. QMilk ha permesso di compiere grandi passi avanti nella direzione della sostenibilità: la produzione richiede soltanto 2 litri d’acqua per ogni chilo di prodotto, nessun agente chimico e zero sprechi finali o scarti di produzione.

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BioCouture (tessuti ottenuti da batteri)

Suzanne Lee, ricercatrice presso la School of Fashion & Textile del Central Saint Martins di Londra, è la mente dietro al progetto Biocouture, che permette di ottenere dei tessuti a partire dagli stessi microbi che permettono la produzione di bevande ricche di caffeina. Dal liquido microbico le fibre iniziano a formarsi e unirsi, dando vita ad un sottile strato di cellulosa batterica, che può essere modellata per dar forma ad un vestito. Una volta che il tutto si è asciugato, è possibile tingere il prodotto finale con coloranti naturali.

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Di Young Ju Do l’idea di creare collane e bracciali che possano essere smaltiti senza lasciare alcuna traccia

E’ di Young Ju Do, studente di moda del Central Saint Martins di Londra, l’idea di creare collane e bracciali che possano essere smaltiti senza lasciare alcuna traccia e con una minima impronta ecologica. I suoi accessori, arricchiti da un design accattivante, sono realizzati a partire da materiale commestibile e di origine organica, rapidamente compostabile insieme ai tradizionali rifiuti alimentari. Così che i microrganismi lo digeriscono e lo smaltiscono in maniera totalmente naturale.

Moda liquida (vestiti al sapore di frutta)

Ripensare non solo i materiali, ma anche le forme dell’alta moda: questo l’obiettivo della studentessa di design Samantha Murray, neozelandese, che con la sua linea chiamata “Sweet Suspension” ha voluto unire le forme della scultura classica con la texture delle caramelle gommose, per creare 5 vestiti dal profumo di frutta. L’esplorazione delle forme e dei materiali qui si lega a quella dei processi produttivi, per superare i limiti tradizionali del vestito e creare nuovi abiti, prima impossibili.
L’idea era di rendere la fibra liquida come un tessuto solido, grazie ad un processo che non utilizzasse quasi senza materia prima. Dopo aver provato il tessuto che si spruzza (il Fabrican), Murray crea una versione “low-tech” incrociando le fibre con una base ‘liquida’ e facendola seccare dentro uno stampo: il risultato finale è una stoffa che mantiene la sua forma indipendentemenet dal corpo che la indossa, con i singoli pezzi accostati uno all’altro senza cuciture, e con le qualità di piegatura e stropicciamento della carta. Solo alla fine Murray ha avuto l’intuizione di aggiungere anche l’odore di un frutto per avere un’esperienza sensoriale completa.

De Culinaire Werkplaats (Texture di verdure e frutta commestibile)

Arriva dall’Olanda l’idea che può trasformare un abito in un dessert. Eric Meursing e Marjolein Wintjes, proprietari dello studio di design con ristorante annesso De Culinaire Werkplaats di Amsterdam, hanno costruito la propria fama grazie alla realizzazione di lembi di tessuto a partire da ingredienti commestibili, come frutta, erbe e verdure disidratate.

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Couture coltivata (fermentata da gelatina e alghe)

Studiando lo sviluppo morfologico delle piante, Carole Collet ha sviluppato il progetto Bio-lace, sfruttando le radici delle piante come risorse per creare intrecci e texture da sfruttare per la realizzazione di dettagli d’alta moda e totalmente sostenibili. Lo studio si spinge oltre, immaginando uno scenario futuro nel quale le piante saranno in grado di essere sviluppate per un utilizzo misto, legato sia alla moda che all’alimentazione, per lo sfruttamento della risorsa alimentare e anche delle radici.

Prodotti di consumo transitori (Vestiti da mangiare)

L’idea di Diana Kovacheva parte da un presupposto decisamente veritiero: poche cose sono effimere, mutevoli e transitorie come le mode. Perché, allora, non riservare le stesse caratteristiche anche per gli accessori e i vestiti, in modo tale da ridurre l’impatto della produzione e dello smaltimento? L’idea alla base della sua linea è quella di creare vestiti ed accessori con una “data di scadenza”, per permettere la rincorsa alle mode stagionali con un ridotto impatto ambientale.

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