Reti fantasma, il problema del materiale da pesca abbandonato nel mare

di Diana Marchiori del 16 luglio 2013

Le attrezzature da pesca abbandonate, perse o dismesse rappresentano una minaccia per la fauna marina: infatti, anche gli animali di grossa taglia come delfini, foche, tonni e tartarughe vi rimangono spesso imprigionati.

Ma non solo: oltre a rappresentare un forte pericolo di danni e incidenti per le imbarcazioni, le reti abbandonate rappresentano un agente fortemente inquinante in questa sorta di seconda vita, dal momento che rimangono nell’ecosistema per centinaia di anni e quando vengono recuperate spesso sono inviate alle discariche o semplicemente bruciate.

Un rapporto realizzato da FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) conta che il numero di reti abbandonate negli oceani si aggiri intorno alle 640.000 tonnellate e rappresenti addirittura un decimo della totalità di rifiuti presenti nei mari.

I tramagli, che posti sui fondali formano dei veri e propri muri di reti verticali di grandi dimensioni, continuano a pescare per mesi, anche se persi o abbandonati, continuando a mietere vittime indifese fra gli animali marini. Purtroppo si comportano allo stesso modo le trappole per pesci o granchi che vengono disperse, rappresentando una delle principali cause di pesca fantasma.

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Si tratta di una situazione che sta peggiorando a causa dell’aumento delle operazioni di pesca e all’utilizzo di attrezzature in materiali sintetici resistenti ed estremamente durevoli. Spesso nasse e reti non vengono abbandonate di proposito, ma sono perse durante tempeste o in presenza di forti correnti o addirittura rimangono incagliate in altre reti o trappole precedentemente poste sui fondali.

Le strategie per affrontare il problema dovrebbero riguardare misure preventive e di manutenzione e cura delle attrezzature per la pesca. Il rapporto internazionale FAO – UNEP propone incentivi finanziari per spingere i pescatori a denunciare la perdita delle attrezzature e recuperare le reti danneggiate. Altre soluzioni vertono sulla possibilità di contrassegnare le reti, per capire anche come le attrezzature sono andate perdute, e sull’impiego di tecnologie all’avanguardia per analizzare i fondali marini, migliorare le previsioni metereologiche e realizzare attrezzature in materiali biodegradabili.

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Fortunatamente possiamo dare una notizia positiva su questo problema: la creazione del  progetto internazionale “The Healthy Seas, a Journey from Waste to Wear” (“Mari sani, un viaggio fra i rifiuti da indossare”) per la riduzione dei rifiuti solidi presenti nel mare. Il progetto si dedica in particolare al problema delle reti da pesca promuovendo recupero e riciclo del materiale abbandonato. È frutto di una collaborazione fra Aquafil, azienda produttrice di fibre sintetiche e in poliammide, che si impegna per la salvaguardia ambientale, il Gruppo ECNC Land & Sea, centro  leader in Europa in materia di biodiversità e la società olandese Star Sock, che sviluppa e produce calze sportive e tecniche non tralasciando l’attenzione per l’ambiente.

L’iniziativa intende rigenerare le reti recuperate nel mare secondo il processo industriale di rigenerazione “Econyl”, studiato da Aquafil, che mira alla realizzazione di una speciale fibra di nylon, che impiega sia scarti generati dal ciclo produttivo del nylon 6, sia prodotti finiti composti in tutto o in parte da poliammide 6 e dismessi come reti da pesca, parti superiori di tappeti e moquette e materiale tessile.

L’iniziativa si suddividerà in tre fasi e cercherà di scoraggiare l’abbandono delle reti da pesca e di facilitarne una gestione responsabile per il loro recupero e la loro rigenerazione in nuovi prodotti. Il progetto cercherà un dialogo con le istituzioni dei diversi Paesi avendo la volontà di fornire proposte e soluzioni concrete. Inoltre l’iniziativa mirerà al coinvolgimento delle comunità locali con la promozione di incontri formativi in special modo rivolti ai giovani.

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