Oceani divisi tra grandi Stati per le loro ricchezze naturali del mare

di Luca Scialò del 26 novembre 2014

Zitte zitte le grandi nazioni si stanno spartendo gli oceani, per impadronirsi delle ricchezze naturali del mare.

Le superpotenze si stanno spartendo gli oceani, in nome di ciò che chiamano “estensione della piattaforma continentale” ma che volgarmente potremmo indicare come l’impadronirsi senza clamore delle ricchezze naturali del mare.

Forse non tutti sanno che ogni Paese costiero dispone, oltre le acque territoriali, di una zona economica esclusiva, sulla quale, per circa 200 miglia (370 km) dalla costa, vige la sovranità sulle risorse disponibili. Meglio ancora: in virtù della Convenzione sul diritto del Mare di Montego Bay, questo vale fino a 350 miglia (648 km).

Ma come fa un Paese a dimostrare fino a che punto l’acqua che lo bagna gli appartiene? Tramite rilievi sottomarini e perizie costosissime, che danno vita a dossier.

Russia, Canada e Danimarca si stanno contendendo parti di suolo del Polo Nord, in particolare, il dorsale di Lomosonov, un’enorme giacimento di petrolio e gas. Ma anche di uranio e metalli preziosi, utili per le nuove tecnologie. Ma c’è anche un quarto incomodo: la Cina, che ha contributo a finanziare il progetto di cartografia dei fondali lanciato agli inizi del 2000 dall’Islanda, al fine di costruirci un suo bel porto.

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Tutti questi interessi economici, ovviamente, mettono in secondo piano la salvaguardia dei ghiacciai e l’innalzamento conseguente del livello dei mari. E non bastano i tanti disastri ambientali già in corso da tempo. Anzi, nell’ottica profittatrice dei Governi, più i ghiacciai si sciolgono, più i giacimenti sono facilmente accessibili. E non ci si va a guadagnare solo in termini di estrazione: si stanno aprendo anche nuove vie navigabili fino ad oggi inesistenti: vere e proprie scorciatoie tra le coste del Pacifico e l’Europa. Pensiamo a quali vantaggi economici in termini di turismo e commercio via mare.

A Ottawa nel 1996 è stato fondato il Consiglio Artico, proprio per permettere ai Paesi di coordinare le loro mosse. Una sorta di ‘ONU per i ghiacciai’. Tra i membri permanenti troviamo USA, Russia, Canada, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Islanda, ovvero gli Stati più interessati. Ma proprio come l’ONU, fino ad ora si è mostrato inutile.

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