Salviamo l’Italia dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico

di Marco Grilli del 3 marzo 2015

L’eccessivo sfruttamento idroelettrico e irriguo dei fiumi italiani ha come conseguenza la degradazione del territorio e la sua instabilità, e sfora gli obiettivi di direttive europee già emanate: occorrono regole per tutelare i corsi d’acqua, i loro ecosistemi e la loro biodiversità nell’ambito della produzione energetica idroelettrica.

La furia delle acque è spesso la risposta all’imprudenza umana. Per l’Italia anche il 2014 si è rivelato un annus horribilis in tema di alluvioni, in primis per il territorio ligure, che di nuovo si ritrova a leccarsi le ferite e a contare i danni.

Più di un centinaio di associazioni e comitati ambientalisti si sono mossi per frenare lo scempio del territorio, sottoscrivendo un appello nazionale per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico, che è stato presentato al Parlamento e in sede ministeriale.

Promosso dal Centro italiano per la riqualificazione fluviale, questo documento parte dalla constatazione dell’ennesimo ritardo italiano, nel caso in questione riferito al recepimento della Direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE), che sostiene la necessità di ristabilire la buona qualità dei corsi d’acqua e di non degradarne le condizioni ecologiche.

Mentre la Commissione europea ha già avviato una procedura nei confronti del governo nazionale per verificare la corretta applicazione di questa Direttiva, il nostro Paese pare lontano dal raggiungimento degli obiettivi prefissati da tale norma, senza dimenticare che la normativa nazionale sulla gestione delle acque non è ancora adeguata a tutelare le esigenze plurime che i corsi d’acqua soddisfano nei confronti degli ambienti umani e dell’ecosistema (non solo produzione di energia ma anche servizi ecosistemici quali la biodiversità, l’autodepurazione, la ricarica delle falde, il rinascimento dei litorali, lo spazio ricreativo, il turismo ecc.).

Fiumi senz’acqua, cementificati, sbarrati o alterati: questa è la triste realtà italiana, dove meno del 10% dei corsi d’acqua alpini mantiene ancora condizioni di naturalità elevata (non essendo perturbato da derivazioni, alterazioni morfologiche significative o immissione di inquinanti), mentre anche i restanti corpi idrici risultano in gran maggioranza sfruttati da ingenti e continue derivazioni a scopo idroelettrico e irriguo.

bacino idroelettrico

Un appello per salvare i corsi d’acqua italiani dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico

È critica anche la condizione dei corsi d’acqua appenninici, sottoposti a un crescente sfruttamento delle acque superficiali, in contrasto con gli obiettivi delle direttive europee.

Pur riconoscendo l’importante ruolo dell’energia idroelettrica nella produzione da fonti rinnovabili, i soggetti firmatari dell’appello (tra cui WWF Italia, Legambiente, Italia nostra, Federazione nazionale pro natura, Associazione italiana per la wilderness ecc.), invitano a cambiare completamente il sistema degli incentivi e le regole per valutare l’impatto degli impianti idroelettrici, al fine di garantire la tutela dei fiumi, degli ecosistemi e della biodiversità.

centrale-zogno

La centrale idroelettrica di Zogno è un esempio dello sfruttamento dei cori d’acqua italiani

In Italia esistono già oltre 3mila centrali idroelettriche, ma gli incentivi statali alle fonti energetiche rinnovabili – che non distinguono tra gli impianti che danneggiano i fiumi e gli ecosistemi e quelli integrati che rispondono a seri criteri di sostenibilità  – continuano a scatenare gli appetiti di molti investitori, che mirano a costruire centinaia di altre centrali di piccola taglia, chiedendo concessioni di derivazioni per scopo idroelettrico perfino in parchi, aree Natura 2000, biotopi o contesti ambientali e paesaggistici di particolare pregio e fragilità.

In un contesto di assenza di regole per la tutela dei bacini idrografici e dei deflussi idrici, la rincorsa per la costruzione di nuove centrali idroelettriche si fa sempre più frenetica, tanto che vi sono più di 1.500 istanze pendenti nelle regioni alpine, oltre alle centinaia riguardanti il centro-sud del Paese.

Preoccupati da tale situazione, i sottoscrittori dell’appello chiedono l’immediata sospensione del rilascio di nuove concessioni e autorizzazioni per impianti idroelettrici su acque superficiali, una revisione degli strumenti di incentivo da mantenere solo per gli impianti che soddisfino tutti i requisiti di tutela dei corsi d’acqua, nonché l’apertura di un tavolo di confronto a livello nazionale, con l’obiettivo di ridurre l’impatto delle centrali esistenti e minimizzare quello di eventuali nuovi impianti.

diga di Grosio

Pur riconoscendo l’importante ruolo dell’idroelettrica servono delle regole per valutare l’impatto degli impianti idroelettrici, per garantire la tutela dei fiumi, degli ecosistemi e della biodiversità.

Riferendosi all’art. 9 della Costituzione e, soprattutto, al recente pronunciamento del Consiglio di Stato, teso a ribadire la definizione di paesaggio come bene primario e assoluto, la cui tutela deve prevalere su qualsiasi altro interesse sia pubblico che privato, l’appello chiede che venga messo in discussione l’articolato normativo per il quale le opere connesse alla realizzazione degli impianti idroelettrici sono considerate di pubblica utilità, indifferibili e urgenti.

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Le organizzazioni ambientaliste concordano anche sulla necessità di superare il concetto attuale di deflusso minimo vitale in favore di quello di deflusso ecologico, e cioè di una regola di rilascio che sia realmente in grado di garantire il mantenimento degli obiettivi di qualità di un corpo idrico. In sintesi, i corsi d’acqua, in particolare quelli di montagna, dovrebbero esser considerati un patrimonio di biodiversità, di valori ambientali e paesaggistici da tutelare, invece che una semplice risorsa da sfruttare in modo intensivo e indiscriminato. Il tutto per favorire un turismo ricreativo alternativo e uno sviluppo economico e sociale armonico del territorio.

Infine, i sottoscrittori dell’appello invocano che la procedura di confronto sui Piani di gestione dei bacini idrografici venga mantenuta aperta e condivisa a tutti i soggetti portatori di interessi sociali ed economici, mentre, all’interno del confronto tra Italia e UE sulla proposta e attuazione di una macroregione alpina, dovrebbe prevedersi un capitolo di impegno comunitario, che salvaguardi sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo i corsi d’acqua.

Solo una politica della montagna più attenta alle tematiche fluviali sarà capace di costruire una reale solidarietà fra le esigenze delle popolazioni metropolitane e di quelle che vivono nelle realtà montane.

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