Shell condannata per l’inquinamento in Nigeria

di Luca Scialò del 20 marzo 2013

Nonostante la condanna delle Nazioni Unite nel 2011, le promesse fatte al governo nigeriano, le critiche delle ONG e la disperazione delle comunità locali,  la compagnia petrolifera Shell continua a inquinare il delta del fiume Niger.

Petrolio e gas continuano a fuoriuscire dalle tubature e stazioni di pompaggio corrose dall’umidità equatoriale e l’ambiente è sempre più inquinato. Uno studio dello scorso anno ha affermato che dei circa 26.000 barili di petrolio Shell 200 sono stati versati direttamente nel fiume a più riprese, 144 per un “sabotaggio” della gente del luogo che ha distrutto le tubature, 55 per “incidenti operativi” causati dalla società stessa.

Le popolazioni locali ritengono che l’inquinamento sia pure peggiorato negli ultimi anni. Secondo loro, le compagnie petrolifere non solo non riescono a controllare in modo rigoroso le tubature ma applicano degli standard di gestione e pulizia molto più bassi rispetto agli altri paesi del mondo dove operano.

Si parla di ‘eco-cidio’ e vi sono numerose testimonianze di come i contadini siano costretti a sfollare per le scarse aspettative di vita provocate dall’inquinamento. Infatti con un Niger così inquinato, gli abitanti non possono coltivare i campi e sono soggetti a continue epidemie. In una zona già salassata dalla povertà e dalle malattie.

Alcuni di loro, dopo anni di lotte e battaglie legale in Nigeria, si sono decisi a perseguire il gigante anglo-olandese in patria, così hanno citato la Casa Madre direttamente nei Paesi Bassi.

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Fortunatamente il 30 gennaio scorso il Tribunale dell’Aia ha condannato la Shell per l’inquinamento del delta del fiume Niger. Ma ha anche sentenziato che la sede principale della multinazionale petrolifera non ha l’obbligo di impedire alle sue filiali ‘di fare danni a terzi’. Ovvero non è responsabile dell’inquinamento provocato da compagnie di essa satelliti.

Comunque, l’impresa è stata condannata a pagare i danni ai contadini e ai pescatori che vivono ai bordi e nelle foreste del Paese africano. E’ già un punto di partenza, per una multinazionale che nel solo 2012 ha guadagnato 22 miliardi di euro.

Una sentenza precedente, invece, aveva dato torto alla comunità locale. Quattro nigeriani, assieme all’associazione  ‘Friends of the Earth‘, avevano fatto causa nel 2008 in Olanda, sede mondiale di Shell, chiedendo i danni per i mancati guadagni a causa della contaminazione del terreno e delle vie d’acqua nella zona del delta del Niger.

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Il Tribunale questa volta ha accolto le tesi di Shell – che si è detta soddisfatta della sentenza – secondo cui la perdita è stata causata dal sabotaggio e non dalla mancata manutenzione degli impianti, come sostengono invece gli abitanti della zona.

“Il tribunale ha stabilito che la Shell aveva l’obbligo di diligenza nel prevenire le manomissioni dei suoi oleodotti” – ha dichiarato Audrey Gaughran, di Amnesty International – Tuttavia, il fatto che il tribunale abbia respinto gli altri ricorsi evidenzia gli enormi ostacoli che la popolazione del delta del Niger incontra nell’accesso alla giustizia sebbene le loro vite siano state distrutte dall’inquinamento”.

Una sentenza a metà, che però segna un parziale riconoscimento dei diritti di tutti quelli che hanno visto il proprio teritorio e la propria vita distrutti dalla potenza di chi cerca il petrolio con ogni mezzo.

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