Sicurezza del territorio: il Rapporto Legambiente sulle cave attive e dismesse d’Italia

di Luca Scialò del 22 maggio 2014

Anche quest’anno Legambiente ha presentato il suo Rapporto annuale sulle Cave . Il quadro, come ogni anno, è ancora negativo, poiché manca una normativa chiara sul loro sfruttamento e perché pochi sono i ricavi che ne derivano nonostante siano sovrasfruttate. La conclusione del dossier è ancora una volta che in Italia il fattore sicurezza del territorio è ‘a rischio’.

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Si contano 5.592 cave attive con 2.183 i Comuni che ne possiedono almeno una nel loro territorio e 1.081 Comuni quelli con almeno due. Poi ci sono quelli che ne hanno tantissime, come Sant’Anna di Alfaedo, in provincia di Verona (ben 76 cave attive) e Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo (70 cave attive).

Un ruolo di primo piano spetta anche al Comune di Roma con 32 cave attive sul territorio, quasi tutte concentrate sulle colline situate tra la capitale e il Comune di Fiumicino.

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Sono invece oltre 16mila quelle dismesse e monitorate. Con la Lombardia che guida la classifica con 2.895, seguita dalla Puglia con 2.579 e dal Veneto con 2.075.

Sono 1.687 i Comuni italiani con almeno una cava dismessa presente sul proprio territorio, di cui 1.152 quelli con almeno due siti abbandonati. Tra i territori più interessati si trova Isola Vicentina con 142 cave dismesse, quindi Custonaci con 116, e numerosi capoluoghi di provincia (Trento con 91, Roma con 59, Prato con 56 e Perugia con 41). Numero complessivo che non comprende quelle nelle Regioni che non hanno un monitoraggio, come Calabria e Friuli Venezia Giulia.

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In realtà l’attività estrattiva si è contratta, ma si mantiene ancora a livelli altissimi. Come certificano il miliardo di euro di ricavo, gli 80 milioni di mc di sabbia e ghiaia, i 31,6 milioni di mc di calcare e gli oltre 8,6 milioni di mc di pietre ornamentali estratti nel 2012. L’estrazione di sabbia e ghiaia rappresenta il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia. Ai primi posti Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia con oltre 10 milioni di mc di inerti cavati nel 2012.
Come dire che l’edilizia, nell’Italia  della crisi, non si è mai fermata!

Ma come viene regolamentata l’attività estrattiva nelle cave? Ancora con un Regio Decreto del 1927. Dunque tramite una legge di quasi un secolo fa e il trasferimento alle Regioni della competenza in materia – anno 1977 – non ha risolto la carenza normativa. Vi è ancora una pianificazione “incerta” e una gestione delle attività estrattive senza controlli pubblici trasparenti. Particolarmente grave, per le ripercussioni sui territori, la frequente assenza di Piani Cava.

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Ma la carenza normativa ha anche riflessi pesanti sul lato economico. I canoni di concessione sono come al solito irrisori, a fronte di ingenti guadagni assicurati ai privati. Di qui la proposta di Legambiente di adeguare la normativa italiana a quella della Gran Bretagna, che prevede canoni di concessione pari almeno al 20% del prezzo di vendita.

Con la situazione attuale, gli introiti delle Regioni provenienti dalla vendita di ghiaia e sabbia è pari a 34,5 milioni di euro. Mentre con il sistema proposto raggiungerebbero gli oltre 239 milioni. Circa sette volte di più. Pensiamo dunque a quanti soldi ha perso lo Stato in tutti questi decenni e a quanto questi soldi sarebbero serviti per mettere in sicurezza il territorio, per le conseguenze dell’attività estrattiva.

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