Spazi pubblici abbandonati ridisegnati come nuovi paesaggi urbani

di Roberta Razzano del 11 aprile 2014

Negli ultimi 15 anni il volto di molte città è cambiato, così come sono cambiate le necessità e i desideri dei cittadini. Il bisogno di uno stile di vita sostenibile, a misura d’uomo, e di spazi vivibili dalla comunità sono richieste sempre più urgenti ma, fin troppo spesso, inascoltate.

In mancanza di risposte concrete da parte di chi amministra le nostre metropoli ma anche di urbanisti e architetti, la moltitudine si è trasferita in piazze virtuali, utilizzando i social network come luoghi d’incontro e socializzazione che, nonostante l’accessibilità e la facilità di fruizione, rendono le nostre vite ogni giorno un po’ più vuote.

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Gli spazi pubblici vivono quindi una vera “crisi d’uso” perché non rispondono più alle differenti necessità dei cittadini che richiedono luoghi misti, digitalizzati, dove poter trascorrere il tempo con amici e famiglia, luoghi in cui sia possibile divertirsi e socializzare ad ogni età.

Le normali modalità di progettazione prevedono interventi dall’alto, spesso molto dispendiosi perché imponenti o firmati da noti architetti, la cui realizzazione può dover far attendere anche un decennio, un tempo esagerato che nessuno è più disposto ad attendere; per far fronte a questi buchi temporali si è sviluppata una nuova modalità di progettazione e gestione urbana, che parte dal basso, dalla reinterpretazione dei propri bisogni dagli stessi cittadini, che con inventiva e basso budget  allestiscono aree di evasione alternative, partendo da ciò che è già presente sul territorio.

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Esempio perfetto è Detroit, undicesima città americana ed ex-metropoli con 900mila abitanti nell’area urbana (erano due milioni negli anni ’50). E’ stata definita una città in “contrazione” a causa del decentramento dell’industria, con la disastrosa conseguenza di aree semideserte, soprattutto nel centro.

Ecco quindi un susseguirsi di case vuote con le finestre murate, case occupate da squatter, edifici che ormai sono preda della natura, oppure semi-demoliti, vecchi presidi industriali fatiscenti, negozi abbandonati, monumenti vuoti… 

Non esistendo però un piano delle Autorità per la riqualificare il centro di Detroit, quello che è successo è che i suoi abitanti hanno deciso di trasformare loro stessi i luoghi abbandonati.

Per arginare lo spopolamento della città, invogliando i cittadini a restare e fare da pendolari, il Comune voleva attuare piani di “rivitalizzazione” che prevedevano la costruzione, spesso ex novo, di teatri, stadi, parchi e altri luoghi di intrattenimento la cui realizzazione, tra ricerca di fondi e  approvazione dei progetti sarebbe stata attuata in 10-15 anni.

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Nel frattempo sono emerse iniziative partite dal tessuto sociale attivo della città: sperimentazioni urbane, istallazioni artistiche, agricoltura e orti urbani, attività sviluppatesi grazie al passaparola via web che hanno rinnovato la voglia di partecipazione e spinto al confronto i cittadini che si sono via via riappropriati del territorio lasciato ‘vuoto’ dalle autorità e l’hanno trasformato in un punto d’incontro.

Anche in Europa esistono esempi di zone comunali in cui i cittadini vengono chiamati in prima persona ad esprimere la propria opinione o la propria creatività per la trasformazione degli spazi urbani in luoghi immediatamente fruibili. Numerosi esperimenti stanno prendendo piede a Londra, a Berlino e a Parigi. Soprattutto nella creazione e sperimentazione di luoghi dove il verde diventi il centro della comunità e permetta un lavoro condiviso in cui tutti sono protagonisti.

Quindi largo a fattorie e orti nel centro delle città, anche le più grandi,ma anche l’allestimento di spazi multi-uso per il lavoro e il tempo libero, per ragazzi, coppie e giovani famiglie, laboratori per le piccole riparazioni, officine cooperative, spazi per l’arte e le associazioni culturali….

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E in Italia? In Puglia, ad esempio, si stanno finanziando dei “laboratori urbani” a partire da immobili dismessi che verranno messi a disposizione di associazioni e piccole imprese per diventare spazi pubblici per i giovani.

Risulta sempre più chiaro che puntare sulla creatività, sulla cultura e sulla partecipazione dei cittadini è una formula vincente per ritrovare quel “modalità umana” che, non si sa come, si era persa di vista.

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