Stop alla caccia alle balene

di Cinzia Porfiri del 5 maggio 2014

Le balene hanno vinto, almeno sulla carta. Lo scorso 31 marzo, infatti, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha imposto al Giappone di interrompere la caccia alle balene, rendendo di fatto la pratica illegale.

Festeggia la decisione, oltre alle associazioni animaliste e ambientaliste, Greenpeace in testa, l’Australia, che nel 2010 aveva sollevato un contenzioso legale nei confronti del Giappone: l’accusa era quella di aggirare il divieto di caccia alle balene imposto nel 1986 con la scusa della ricerca scientifica.

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Il divieto in questione, infatti, recava un vuoto legislativo relativo all’aspetto della caccia finalizzata alla ricerca scientifica, permettendo di fatto ai nipponici di continuare l’attività venatoria dei cetacei. La sentenza della Corte internazionale sancisce invece che “il Giappone deve revocare i permessi, le autorizzazioni o le licenze già rilasciate”: il tutto con decorrenza immediata e senza possibilità di ricorso della controparte.

Da parte sua il Governo giapponese si è detto rammaricato della decisione della Suprema Corte, tuttavia il rappresentante governativo presente alla sentenza, Koji Tsuruoka, ha espresso la ferma intenzione di rispettare il divieto.

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Una stima del Governo australiano afferma che dal 1988 sarebbero circa 10.000 i cetacei uccisi dalle baleniere giapponesi “in nome della scienza”, una mattanza in realtà condotta solo in nome del profitto. Secondo Greenpeace ogni anno il Giappone ucciderebbe circa 500 balene all’interno della zona protetta del “santuario dell’Oceano Antartico” istituito nel 1994 per proteggere i cetacei.

E’ di qualche giorno fa la notizia che il Governo giapponese avrebbe manifestato l’intenzione, previe modifiche del progetto di ricerca e riduzione delle quote di caccia, di riprendere l’attività venatoria nel 2015, in barba alla decisione del Tribunale internazionale. Le associazioni animaliste hanno subito lanciato l’allarme: la battaglia continua.

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