In Sudan si lotta contro le bottiglie di plastica: coinvolti donne e studenti

di Nadia Fusar Poli del 18 ottobre 2013

In una città senza acqua corrente, le bottiglie di plastica non sono un lusso ma una necessità. A Juba, la capitale del Sudan meridionale, il problema dei rifiuti e del loro smaltimento si sta rapidamente trasformando in una emergenza. Si stima che ogni giorno vengono consumate circa 750.000 bottiglie di plastica e, dal momento che non c’è alcuna possibilità di smaltirle correttamente, una pari quantità di rifiuti si accumula e si riversa in ogni angolo della città.

“Nel 2012, quando sono arrivato a Juba, ho subito notato tutte queste bottiglie di plastica. Erano ovunque”, ha dichiarato Olivier Laboulle, ambientalista francese che, insieme ad alcuni attivisti sudanesi, ha creato una ONG ambientalista denominata “Environmental Rehabilitation Program” (Programma di risanamento ambientale) ed il primo progetto di riciclo in quella che è la nazione più giovane del mondo.

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Uno dei programmi della Ong, Juba Ricycles, coinvolge 4 cooperative di donne (che sono “rimpatriate” da Khartoum) e di civili sfollati a causa del conflitto che sta devastando lo Stato di Jonglei, insieme a 26 scuole. Vi aderiscono anche i punti di raccolta della sede principale della missione delle Nazioni Unite nel Sudan meridionale e ad altre residenze private.

Le donne sono impegnate a raccogliere le bottiglie gettate nelle strade, nei campi o abbandonate di fronte a piccoli negozi locali mentre gli studenti si dedicano alla pulizia di aule e cortili per almeno 2 ore alla settimana.

I camion di Juba Ricycles raccolgono periodicamente i sacchi pieni di bottiglie e li consegnano ad un’altra cooperativa: le donne che vi lavorano hanno il compito di rimuovere attentamente le etichette e scartare il materiale che non è PET, il polimero comunemente utilizzato per le bottiglie d’acqua ed i soft drink. Dopo un’accurata pulizia, effettuata meccanicamente, dalle bottiglie vengono ricavati piccoli “fiocchi ” destinati alle fabbriche tessili cinesi dove  sono trasformati in fibre sintetiche.

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Entro il mese di novembre di quest’anno si prevede di riciclare 1 tonnellata di plastica al giorno, come spiega lo stesso Laboulle, ma “in futuro potremmo anche raddoppiare”. L’obiettivo del programma Juba Ricycles è quello di realizzare un profitto di 35.000 dollari all’anno (equivalenti a 25.000 euro), da destinare interamente al sostegno delle comunità locali.

“Una tonnellata di plastica riciclata equivale a 33.000 bottiglie e vale 400 dollari. Le donne nelle nostre cooperative guadagnano tra i 7 e i 14 dollari alla settimana (daio 5 ai 10 euro), con un lavoro di 3 ore“, commenta Laboulle. Gli studenti possono investire la loro paghetta nell’acquisto di attrezzature per gli istituti scolastici. Per esemoio, in meno di 3 mesi la Rainbow School, una scuola elementare di Jebel, sobborgo alla periferia di Juba  in prima linea nel programma di riciclo, ha quasi raggiunto la somma necessaria per acquistare un serbatoio di acqua.

L’intero progetto è finanziato dall’Ambasciata di Francia nel Sudan Meridionale e supportato da SSBL (South Sudan Beverages Limited), che fornisce un terreno per l’impianto di riciclo, comprensivo di energia elettrica e di acqua. SSBL è una società sudafricana la cui fabbrica di Juba produce birra, bevande analcoliche e acqua minerale. “Il nostro obiettivo è quello di diventare economicamente auto- sostenibili entro il 2014“, sottolinea Laboulle.

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Purtroppo, un unico progetto di riciclo non è sufficiente per innescare un cambiamento importante in una città sempre più soffocata dalla sua stessa immondizia. Juba sta lottando per far fronte ad una situazione sfuggita ormai ad ogni controllo, con 129.210 tonnellate di rifiuti prodotti all’anno.

La mancanza di energia impedisce la costruzione di un inceneritore e più della metà di questo enorme volume di rifiuti rimane esattamente dove viene lasciato (sul ciglio delle strade, lungo il fiume, nei terreni coltivati). Con il caldo il tanfo diventa opprimente; donne e bambini si accalcano intorno alle masse di rifiuti, scavando tra aghi ospedalieri e rifiuti di ogni genere. Nessuno indossa guanti di gomma.

Quello dei rifiuti è ormai diventato un allarme, sia per l’impatto che avrà sull’ambiente sia per i rischi sanitari. Con l’arrivo di residenti provenienti da tutto il Sudan del Sud e oltre, Juba è un città invasa dalle polveri sottili, dalla cenere, dal metallo, dal vetro, da carta e cartone, da tessuti, materiali vegetali putrescibili e da montagne di plastica.

L’assenza di adeguati impianti di stoccaggio, di tecnologie di trattamento e di buoni metodi di smaltimento dei rifiuti solidi rischiano di rendere tale situazione irreversibile: è ora di smettere di concentrarsi sulle emergenze di oggi e di pianificare il futuro della città, partendo dall’esempio concreto delle donne e degli studenti.

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