Sumatra: elefanti avvelenati per fare posto all’agricoltura

di Luca Scialò del 16 aprile 2016

Elefanti ancora vittime dell’avidità umana. Esseri innocenti uccisi ora per ricavarci il pregiato avorio, ora per fare spazio ai campi agricoli o all’allevamento. A Sumatra, Indonesia, è in corso un’autentica strage: ultima vittima un esemplare di 35 anni a cui è stato dato come nome Yongki, trovato esanime nei pressi del parco nazionale in cui ha vissuto. E pensare che l’animale ha fatto parte di un progetto campione, per rendere la convivenza tra gli elefanti e gli abitanti dei villaggi vicini meno conflittuale.

Sui Social si è scatenata una forte rabbia mista a dolore, con tanti che hanno condiviso le foto del povero animale. Soprattutto su Twitter, dove le foto dell’animale, quando era vivo o quelle che lo raffigurano privo di vita, sono state condivise da molti utenti con tanto di dediche. Yongki è stato anche elogiato da Nazaruddin, capo dell’Indonesian Mahout Forum indonesiana; il quale lo ha definito all’agenzia di stampa AFP ”un buon elefante, docile e collaborativo”.

Anche gli abitanti dei villaggi vicini e i custodi del parco in cui Yongki abitava, si sono detti scossi e rammaricati da quanto accaduto al povero elefante. Ricordano poi come sia stato di grande aiuto per la risoluzione dei conflitti tra elefanti e residenti, nonché per il pattugliamento della foresta.

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Le cause della sua morte non sono state ufficializzate, ma si sospetta un avvelenamento.

Ma non si tratta di un caso isolato e questo è il punto. Negli ultimi mesi, non a caso, sono stati ritrovati altri sei elefanti nelle medesime condizioni, probabilmente avvelenati. I numeri degli elefanti soppressi nell’ultimo quarto di secolo, sono impressionanti. Ad oggi, infatti, a Sumatra sono rimasti meno di tremila elefanti. Numero che si è ridotto dell’80% secondo le stime del World Wildlife Fund (associazione ambientalista internazionale meglio conosciuta come WWF) rispetto ad inizio anni ’90.

sumatra elefanti

Elefanti a Sumatra: un’altra specie in pericolo

Tra le principali cause di questa strage, ovviamente, la caccia spietata al pregiato avorio da parte dei bracconieri. I quali poi lo rivendono al mercato nero. Ma anche il conflitto tra questi animali ed allevatori e agricoltori della zona. I quali non tollerano che vadano a spasso, distruggendo le loro colture o inquietando il loro bestiame. La nascita di un Parco per la loro salvaguardia, dove possono vivere in tranquillità, ha mitigato solo parzialmente questo problema.

La sommossa popolare sui Social ha ricordato quella innescatasi per altri animali ingiustamente uccisi. Si pensi alle giraffe soppresse per (criticabili) motivi didattici nello zoo danese; o al leone Cecil ucciso da un filantropo statunitense all’inizio di quest’anno in Zimbabwe.

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