Troppi antibiotici negli allevamenti: aumenta la resistenza dei batteri

di Luca Scialò del 28 febbraio 2016

Negli ultimi anni anche l’Italia è investita da un fenomeno allarmante: lo sviluppo di batteri sempre più difficili da affrontare con i normali antibiotici, avendo essi assunto una maggiore resistenza agli antibiotici. Ciò ha comportato un numero elevato di morti dovute ad infezioni da batteri in ospedale, tra le 5mila e le 7mila. Con enormi costi anche per il sistema sanitario nazionale, che hanno superato gli oltre cento milioni di euro l’anno.

Ma il nostro Paese vanta anche un altro grave primato: l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti, dove finiscono due terzi dei farmaci antibiotici venduti. I due fenomeni sono tra loro pericolosamente collegati. Già perchè l’aumento delle resistenze agli antibiotici è direttamente collegato proprio all’utilizzo eccessivo di antibiotici anche in ciò che mangiamo, e non solo nelle nostre quotidiane abitudini sanitarie.

Entrando nello specifico, secondo l’esperto dell’Ecdc Ole Heuer: «possiamo dividere i batteri in tre gruppi. Nel primo gruppo ci sono batteri che provocano malattie negli umani e si trovano per natura negli animali ma non negli umani (Salmonella o Campylobacter). Un altro gruppo, di cui è un esempio l’E.Coli, è comune agli animali e all’uomo. C’è infine un terzo gruppo di batteri che riguarda per lo più i pazienti degli ospedali, per via delle infezioni ospedaliere. In questo caso la responsabilità delle resistenze è più probabilmente legata all’uso umano degli antibiotici, con minore legame all’utilizzo veterinario».

Un fattore che sta portando questo fenomeno a livelli allarmanti è anche il fatto che l’entità dell’utilizzo di antibiotico nelle nostre produzioni animali è stato per anni sottostimato, perché praticamente sconosciuto. Eppure, la popolazione italiana convive con tanti animali censiti nelle fattorie: 500 milioni di polli, 175 milioni di conigli, 13 milioni di suini, 9 milioni di bovini, e altri milioni di animali «da produzione» come tacchini, pesci, galline ovaiole.

L’Italia, nel 2012 è già risultata di poco seconda a Germania e Spagna per utilizzo di antibiotici negli allevamenti, con 1534,3 tonnellate utilizzate annualmente, con il primato negativo assoluto per quanto riguarda l’utilizzo in relazione alla produzione: 341 mg di antibiotici utilizzati per ogni chilo di massa prodotta, contro Francia e Germania ferme rispettivamente a 99 mg e 205 mg, e una media europea di 140 mg.

Ciò che ancora si sottovaluta è che a livello di allevamento le resistenze si possono generare sia in batteri che possono direttamente essere pericolosi per l’uomo, sia in batteri che possono trasferire ad altri batteri geni di resistenza. Il trasferimento del batterio dall’intestino dell’animale a quello dell’uomo può avvenire tanto durante l’allevamento quanto nell’alimentazione.

L’Italia vanta anche un altro triste primato assieme alla Grecia: l’immobilità della politica rispetto a questo tema eppure così delicato. Al contrario di Svezia o Regno Unito, che risultano essere i paesi più impegnati nel promuovere maggiore attenzione sull’uso degli antibiotici. Per fortuna qualcosa sembra muoversi. Entro la fine di quest’anno, infatti, un pool di esperti pubblicherà su iniziativa del Ministero della Salute delle linee programmatiche per fronteggiare l’emergenza delle resistenze agli antibiotici.

Il Ministero della salute ha altresì avviato dei programmi di raccolta dati con gli istituti zooprofilattici dislocati in tutto il Paese, sotto il coordinamento di quello del Lazio e della Toscana. Per via dell’alta densità di allevamenti, un programma più avanzato è stato avviato con quello della Lombardia e dell’Emilia Romagna (Izsler). L’obiettivo è quello di sviluppare un sistema informatico per monitorare meglio l’utilizzo di antibiotici e di «biosicurezza» negli allevamenti di suini, bovini e pollame.

I risultati di questo lavoro saranno però valutati solo nel 2017. Si potrebbe pensare: meglio tardi che mai. Ma è una magra consolazione. Basti pensare che l’Ue si è già mossa una prima volta con una direttiva nel 2006 per proibire l’utilizzo di antibiotici come «promotori della crescita» degli animali, pratica estremamente diffusa fino ad allora. Nel 2011 l’Ema ha pubblicato un piano in 12 punti contro la resistenza agli antibiotici. E paesi come Svezia, Danimarca, Germania o Francia già da diversi anni hanno imposto delle misure per monitorare il problema, e dunque, frenare l’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti per contrastare le resistenze nella medicina umana e animale.

Alla luce di ciò, un inizio di analisi dei dati programmata solamente tra due anni appare un grave ritardo. Ciò significa che ci vorranno altri anni a partire dal 2017 affinché il problema sia mitigato e, di conseguenza, che purtroppo i dati sulle mortalità da infezioni batteriche riguardanti il nostro Paese non sono destinati a calare ancora per un bel po’.

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