Un carcere ecosostenibile, per ridare speranza ai detenuti

di Alessia del 6 settembre 2014

A volte si scovano belle storie in luoghi inaspettati e quella di cui voglio parlarvi oggi è sicuramente tra queste: siamo a Washington, precisamente nel carcere di Stato, lì dove si incrociano gli sguardi di chi cerca di scontare i propri crimini dando un senso al proprio passato, in un carcere ecosostenibile, che vuole ridare speranza ai detenuti.

Tra queste mura cintate, il vicesegretario Dan Pacholke con la collaborazione della dott.ssa Nalini Nadkarni, professoressa di biologia presso l’Università dello Utah, ha messo in piedi un progetto di sostenibilità ambientale volto ad offrire ai detenuti una possibilità di riscatto.

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Alla base del programma di recupero c’è l’idea che il carcere sia un grande contenitore di capitale umano completamente abbandonato a se stesso. Creando un ambiente favorevole all’incontro e alle relazioni sociali, si possono stimolare le risorse e il potenziale di ciascuno, diminuendo così i rischi di recidiva e dare anche una mano all’ambiente.

Nel 2008 è stato firmato un accordo di partnership tra carcere di Washington e Evergreen State College, successivamente esteso ad altre 12 prigioni, per un totale di 12.000 detenuti. E’ così che si è creata una stretta collaborazione tra ristretti, studenti e scienziati.

In particolare nel’istituto penitenziario di Cedar Creek i detenuti lavorano come assistenti di ricerca ad un progetto di recupero delle rane, occupandosi del loro allevamento, monitorando la loro crescita e analizzando la qualità delle acque.

Con l’arrivo dell’autunno le rane vengono rilasciate in ambienti umidi, per consentire la loro riproduzione. Ad oggi, il programma di Cedar Creek è quello che ha riportato maggiori risultati, dimostrando come i detenuti riescano a prendersi cura dell’altro, anche se in questo caso parliamo pur sempre di anfibi.

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Il progetto prevede anche una loro partecipazione ad attività esterne, come la riparazione di biciclette per bambini bisognosi o la coltivazione di piante per i banchi alimentari.

Inoltre per ridurre gli sprechi energetici in carcere, sono state avviate anche attività di compostaggio, riduzione dei rifiuti e coltivazioni di orti biologici in sede. Solo nel 2012 queste misure hanno comportato un risparmio di almeno 4,3 milioni di dollari.

Osservare queste persone al lavoro, impegnate nell’aiutare il prossimo o nel dedicarsi al recupero di specie in via d’estinzione, è l’esempio di cosa significhi rieducare e riabilitare chi in passato ha avuto difficoltà a credere nelle proprie risorse e dare al contempo una mano al Pianeta.

Esemplare è stato ad esempio il caso di un detenuto che è riuscito a collaborare con la dott.ssa Nadkarni per una rivista di sostenibilità internazionale e poi, una volta uscito dal carcere, ha continuato gli studi vincendo anche un dottorato in biochimica.

Il processo di espiazione non è che un lento cammino di elaborazione che dovrebbe portare alla liberazione definitiva, non solo in senso fisico, ma soprattutto in termini emotivi.

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Un po’ come la tartaruga rilasciata nel laghetto da Jamar Glenn, un ristretto di Cedar Creek, che ha paragonato la sua detenzione al periodo di cure dedicato alla piccola tartaruga malata: all’inizio si è soli, disorientati in un contesto non familiare, poi qualcuno ti prende per mano e ti accompagna verso la libertà.

Che rivoluzione se tutti gli istituti penitenziari italiani riuscissero ad adottare dei programmi di tale portata, non credete?

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