Un’intera nazione vuole passare al bio

di Claudio Riccardi del 24 dicembre 2012

Dal Regno del Bhutan, uno staterello che si estende tra le vette dell’Himalaya, incastonato tra la Cina e l’India, arriva un nuovo tipo di approccio allo sviluppo economico. A differenza della maggior parte delle nazioni, da queste parti il successo e la prosperità non si misurano guardando al prodotto interno lordo ma al cosiddetto Gross National Happiness (GDP), un indicatore di felicità che prende spunto dalla religione buddista, presenza ordinatrice e pressochè totale nella vita quotidiana di questo popolo. Questa felicità si veicola in primo luogo all’armonia con l’ambiente circostante.

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Da qui il Bhutan ha sviluppato una grande ambizione: diventare la prima nazione del globo dove si faccia esclusivo uso di prodotti biologici. Via le sostanze chimiche, via i materiali artificiali e sintetici, via le pratiche intensive, e 10 anni di tempo per raggiungere l’obiettivo del “100% green”.

Una missione tutt’altro che velleitaria, favorita da un’economia prettamente agricola, una popolazione ridotta (si contano intorno alle 700 mila anime) e un territorio per buona parte incontaminato.

Il verde rigoglioso dei boschi la fa da padrone, i terreni coltivati occupano solo il 3% della superficie, e per buona parte vengono fertilizzati con metodi naturali, ricorrendo a soluzioni come il compost o le foglie marce.

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Una scelta dettata soprattutto da ragioni di necessità, i contadini del paese asiatico sono infatti molto poveri, e non possono permettersi l’acquisto di composti chimici. A penalizzare questa situazione ci si mette poi la difficoltà dei trasporti, l’assenza di grandi arterie, e la morfologia di un territorio che erige molti ostacoli al collegamento tra gli insediamenti umani. Una condizione di difficoltà che rende difficile ancor’oggi importare il riso, l’alimento più consumato dalla popolazione.

Sulla questione il governo si è espresso spiegando come le marcia verso il biologico nasca dalla convinzione che la prosperità del Bhutan dipende dalla capacità di lavorare in armonia con la natura.

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Salute, ecologia, cura e solidarietà sono i pilastri che ispireranno il cambiamento, fondamentale sarà anche utilizzare in maniera intelligente le risorse idriche e gestire in maniera attenta le pratiche di certificazione. Un nodo non semplice da risolvere, anche perchè le colture che il paese esporta fanno uso deliberato di sostanze chimiche. Dunque ci sarà da lavorare anche sulla conversione delle farm più produttive.

Nonostante le difficoltà che si pongono sul percorso, l’iniziativa va assolutamente ammirata e potrebbe aver aperto una pista per altri tentativi, magari su scala più ampia.

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Maria Fioravanti giugno 29, 2013 alle 4:56 pm

E con le multinazionali come se la cavano?in Friuli seminano il mais transgenico

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