Vajont: i geologi cercano ancora di fare luce

di Luca Scialò del 11 ottobre 2013

Sono passati cinquant’anni dalla tragedia del Vajont, consumatasi il 9 ottobre 1963 alle 22,39, quando, nel neo-bacino idroelettrico artificiale del Vajont, una colossale frana provocò una tracimazione dell’acqua contenuta nell’invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago.

L’onda superò la diga provocando l’inondazione e la distruzione dei centri abitati del fondovalle veneto.

Frana ma anche errori umani, che fanno contare 1917 morti. Lungo le sponde del lago del Vajont, vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto. Nella valle del Piave, vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella città di Belluno dove venne distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave.

Il borgo più colpito fu il Borgo di Longarone, con 1450 morti. Ora, il Consiglio nazionale dei geologi cerca di svelare nuove verità sul disastro, presentando il 5 ottobre, nel corso di un summit di oltre 500 geologi sui luoghi della tragedia che si terrà proprio a Longarone, un volume-documento sul disastro del Vajont. Scritto a due mani da Alvaro Valdinucci e Riccardo Massimiliano Menotti, il volume è una memoria storica di una catastrofe prevedibile.

Secondo il Presidente del Consiglio nazionale dei geologi (Cng), Gian Vito Graziano: “Sono passati decenni e non deve restare nascosto più nulla, neanche quelle zone grigie che non configurano più responsabilità giudiziarie, a tanti anni ormai dai processi e dalle sentenze che seguirono, ma entro le quali si individuano errori di valutazione e conseguenti decisioni sbagliate di funzionari dello Stato e di noti uomini di scienza“.

Non è mai facile analizzare la successione dei fatti all’indomani delle tante catastrofi che hanno costellato la storia del nostro Paese, troppe volte –aggiunge Graziano– impudicamente definite ‘naturali’, quando invece erano da attribuire ad errori o ancor peggio ad omissioni ed a speculazioni. La difficoltà non risiede tanto nel ricostruire gli eventi e nel definire i profili di responsabilità, ma -aggiunge il presidente del Cng- nel farlo con il dovuto distacco rispetto alla pressione morale esercitata da chi ha perso i propri cari o i propri beni e pretende di conoscere la verità e dalla ingerenza di chi questa verità vorrebbe piegarla al proprio interesse“.

Una tragedia che secondo i geologi fu anche figlia del contesto politico di quei mesi, che puntava alla nazionalizzazione dell’energia elettrica; che significava assumere la proprietà e la gestione degli impianti di produzione, compresa la grande diga idroelettrica del Vajont.

Bisognava far presto per arrivare, a tutti i costi, all’appuntamento con l’opera finita e collaudata. Una fretta che costò la vita a quasi 2mila persone.

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