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A un anno da Fukushima: lezione imparata?

In questi giorni tutti i media si stanno preparando a “vendere” la notizia del primo anniversario di Fukushima, il peggior disastro nucleare della storia recente dopo Chernobyl.

A un anno da Fukushima: lezione imparata?

Mentre ci stiamo preparando come voi al classico diluvio di retorica che sarà seguito senza dubbio da un lungo silenzio, ci sembra di capire che le questioni da affrontare, oggi e dopo l’anniversario siano due: quale sia lo status della ricostruzione e le condizioni delle persone toccate direttamente dal disastro, in primis, se qualche lezione sia stata interiorizzata a seguito degli avvenimenti, in secondo luogo.

Sul primo punto, e sulla questione degli sfollati in particolare, è abbastanza semplice fare il quadro.
Rimangono senza casa e senza prospettiva di tornarci circa 80,000 persone residenti nei pressi di Fukushima che erano state evacuate all’indomani dell’incidente.
Risiedono in appartamenti o strutture temporanee sparse per tutto il Giappone e chiaramente per loro si tratta del primo di molti anniversari lontano da quella che era la loro casa.

Anche i lavori di ricostruzione sulle zone costiere devastate dallo tsunami sono enormi e questo non contribuisce certo a rendere più rosee le prospettive per i profughi di Fukushima.

La lezione. Il colpo fatale al mito della sicurezza del nucleare. Mito, appunto, perché di incidenti anche gravi è costellata l’intera storia del nucleare civile.

Un report commissionato da GreenPeace fotografa perfettamente le cause dietro al disastro di Fukushima: cause che vanno cercate non tanto a livello scientifico, quanto a livello umano ed istituzionale.
Uno scenario dove la politica va a traino di un’industria che richiede e ottiene regolamentazioni più permissive, scherzando col fuoco insomma.
Una serie di errori di valutazione, dunque, che non sono individuali, ma sistemici ed istituzionali e per tanto più difficili da individuare e da evitare anche in futuro.

Vi consigliamo la lettura di questo report, che fa piazza pulita dell’argomentazione “Un’altra Fukushima non può accadere”.

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