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Ambiente in crisi: colpa dei 7 miliardi di persone che abitano sulla Terra o dell’1% dei più ricchi?

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione mondiale ha recentemente raggiunto quota 7 miliardi. Siamo tanti, secondo alcuni analisti anche troppi rispetto alle risorse che ci può offrire l’ambiente. Una situazione “economicamente insostenibile”, che decreterà la rovina per le nostre foreste, le fonti energetiche e alimentari, costringendo l’umanità a cadere in crisi di approvvigionamenti e carestie. Questo era quanto teorizzava, già nel 1968, anche il libro di Paul Elrich, “The Perfect Bomb”, facendo per la verità stime rivelatesi assai imprecise fortunatamente. Ma non tutti sostengono questa linea.

Ambiente in crisi: colpa dei 7 miliardi di persone che abitano sulla Terra o dell’1% dei più ricchi?

Un’altra corrente di pensiero, che potremmo definire “pragmatica”, ritiene che il vero rischio, per il genere umano, sia rappresentato dalla cattiva gestione delle risorse che la Terra ci offre. Un pianeta “violentato” dalle politiche del profitto delle multinazionali, delle superpotenze e di quel manipolo di persone, circa l’1% sul totale, che dispone dei capitali e gode dei suoi profitti.

Gli ecosistemi – secondo questa linea critica –  vengono messi a rischio non dalla presenza fisica degli uomini, quando dalla deforestazione, dalla costruzione di miniere, di centrali nucleari, piattaforme per l’estrazione e la lavorazione del petrolio, la promozione di operazioni militari  e quant’altro. Siti artificiali dove si producono sostanze inquinanti, siti che in caso di problemi si trasformano in bombe nocive per l’ambiente. La colpa non sarebbe dunque dei 7 miliardi di persone, ma in primo luogo dei milionari e delle classi politiche che avallano le strategie del successo economico incondizionato e della distruzione.

Nel meccanismo rientra anche il controllo dell’informazione, che distoglie il più delle volte l’attenzione dalle fonti concrete dei problemi. Si fa cenno, per esempio, alla necessità di avviare strategie per il controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo, ma secondo diversi esperti questa non è da considerarsi una causa di problemi: meno nascite non portano al ritiro di truppe dai campi di battaglia, non portano nemmeno a ridurre i piani industriali su grande scala. Più che una politica sul “numero delle teste”, servirebbe forse una ridefinizione delle regole di convivenza tra l’uomo e l’ambiente e una forte attenzione all’uso efficiente delle risorse del Pianeta.

E voi, come la pensate?

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