I Master in Green Economy: opportunità o puro marketing (parte prima)?

di Magi del 29 Dicembre 2010

Per conseguire un futuro sostenibile, dobbiamo sin d’ora guardare oltre il breve termine. L’Europa deve ritrovare la strada giusta e non deve più perderla. È questo l’obiettivo della strategia Europa 2020: più posti di lavoro e una vita migliore“.
Questo è quanto ha dichiarato il 3 marzo scorso il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, in occasione dell’apertura dei lavori della commissione ‘Europa 2020’, incaricata di definire il quadro per l’azione europea in campo economico e sociale per i prossimi dieci anni. Il concetto di ‘crescita’ proposto è sintetizzato in tre aggettivi: intelligente, nel senso di un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione; sostenibile, per la promozione di un’economia più efficiente, verde e competitiva; inclusiva, o solidale, che favorisca cioè la coesione sociale e promuova un alto tasso di occupazione.
In due parole, dunque, Green Economy.

I Master in Green Economy: opportunità o puro marketing (parte prima)?

Il termine, che intende richiamare l’idea di un’economia eco-sostenibile ed eco-compatibile, dopo questa spinta decisiva dell’Europa, sta conoscendo una fortuna incredibile, al punto da essere utilizzato nelle più disparate declinazioni: dalle energie rinnovabili al cellulare ecologico, dalle auto super-ibride con la riduzione d’emissione di anidride carbonica alla cosiddetta Ethical Fashion, dall’edilizia ultra-sostenibile delle case passive ai semplici gesti della vita di tutti i giorni.

Da qualche tempo, però, l’economia verde non punta solo a ridurre l’impatto ambientale, ma anche a creare nuovi posti di lavoro: in quest’ottica, negli ultimi anni, si sono andati moltiplicando i corsi di specializzazione e i master post-laurea dedicati proprio alla formazione di nuove figure professionali, capaci di coniugare rispetto delle risorse e business.

Secondo una ricerca condotta dall’ISFOL (Istituto per la Formazione Professionale dei Lavoratori), nell’ambito del Progetto Ambiente, sui dati raccolti nel periodo tra il 1993 e il 2008, emerge che la formazione ambientale offerta da questi cosiddetti eco-master, mirati a fornire competenze in ambito green, ha ottenuto ottime ricadute occupazionali: dallo studio sui dati è emerso che ben l’80,6% di coloro che hanno completato un master ambientale ha trovato lavoro entro un anno e, di questi, addirittura l’80% a meno di sei mesi di distanza dal termine del percorso formativo nel settore ambientale.

Sempre secondo l’indagine, si tratterebbe di impieghi ad alto profilo e sostanzialmente in linea con la formazione realizzata: il 58% degli occupati dichiara di essere riuscito a far coincidere il proprio percorso di studi con le aspirazioni professionali e il lavoro svolto, mentre per il 68% degli intervistati, il lavoro trovato corrisponde al livello formativo acquisito. L’incremento di occupati nel 2008 rispetto al 1993 è stato pari al 41%, con un netto affermarsi delle donne, che raddoppiano la loro presenza e che risultano essere sempre più giovani e qualificate, nonché spesso collocate in posizioni dirigenziali.

I dati raccolti giustificano quindi la crescita del numero di master creati e proposti per questo specifico settore professionale.

Oggi l’offerta di master sul mercato è più vasta che mai, essendo passata dai 60 degli anni 1999-2000, ai circa 2.000 nel periodo 2007-2008: di master presenti ve n’è di ogni tipo e dedicati alle più diverse materie / specializzazioni. Questi master sono istituiti su tutto il territorio nazionale da più di 500 enti, tra pubblici e privati (scuole, enti di formazione, università, consorzi, associazioni, imprese), con un interessante aumento del 29,9% di presenza al sud. Il livello non sempre è omogeneo ed è dunque mandatorio essere critici e selettivi.

Il rischio reale, però, è che questa proliferazione incontrollata, con tendenza all’aumento nei prossimi anni, non sempre riesca a rispondere al reale fabbisogno del mercato: certamente, questi corsi sono nati in seno ai cambiamenti imposti dai sistemi territoriali ed economici, ma occorre che questo segmento formativo in ambito ecologico giochi sempre più d’anticipo rispetto al futuro, proponendo figure innovative che siano in grado di rispondere in modo convincente e preparato alle richieste del mercato ‘verde’, in continua espansione ed evoluzione.
Appare in ogni caso evidente quanto la green economy possa davvero avere un ruolo trascinante come forte strumento ‘anti-crisi’ nei prossimi anni: c’è pure chi grida già alla terza rivoluzione industriale, per la prospettiva, almeno in Italia, dell’aumento del numero di nuovi occupati nell’imprenditoria verde, valutati in oltre 60.000 entro il 2020.

Ma perché la formula funzioni sul serio, è fondamentale riuscire a ristabilire l’equilibrio tra risorse naturali ed economia, un binomio che fino ad oggi è sempre stato a netto svantaggio dell’ambiente: la proposta di una formazione professionale superiore con finalità green può funzionare solo se interpretata in modo eticamente corretto, non certo se utilizzata solo come semplice ‘specchietto per le allodole’.
Il tema, urgente, della sicurezza ambientale presuppone pur sempre un ruolo centrale dell’uomo che, con le sue potenzialità, può tanto garantirla quanto distruggerla: la necessità di complementarietà tra uomo e ambiente implica lo sviluppo di una nuova concezione dell’etica ambientale, da intendersi come capacità di riequilibrare il rapporto tra attività umane (e profitto) e contesto naturale.
Solo così il futuro del mercato del lavoro si potrebbe davvero tingere di verde.
Solo così l’astratto concetto di green job potrà essere davvero trasformarsi in un più concreto good job.

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