Libri

I pionieri della Green Economy: l’ambiente come limite allo sviluppo (parte II)

La risposta alla teoria della modernizzazione, come abbiamo visto nella prima parte del nostro viaggio alle radici culturali della green economy e più in generale dello sviluppo sostenibile, non ha messo sotto accusa il paradigma della crescita illimitata e del rispetto degli equilibri naturali. Le critiche hanno interessato più la sostenibilità sociale (la redistribuzione della ricchezza prodotta), culturale (il rispetto delle culture autoctone), territoriale (l’equilibrio tra centro e periferia) che quella ambientale.

I pionieri della Green Economy: l’ambiente come limite allo sviluppo (parte II)

Il primo germoglio della via ambientalista allo sviluppo spunterà nel 1962 con “Primavera silenziosa” di Rachel Carson. Un’opera ancora attuale, nella ristampa della Feltrinelli è da leggere l’introduzione di Al Gore e militante della Green Economy, che per la prima volta denunciò i danni creati dalla rivoluzione agricola industriale dove la chimica si sostituisce al sapere millenario dei contadini.  Una supremazia che per la Carson, con abile metafora, ha silenziato la primavera cioè la natura stessa. Un atto d’accusa, ben documentato, sull’uso spregiudicato dei pesticidi, portò poi a vietare l’uso del DDT nei campi, e degli insetticidi.
La Carson non costruì una vera e propria teoria ecologica ma per prima s’interrogò (con dati scientifici)  sull’inquinamento delle acque, sugli effetti perversi delle monoculture agricole (e la riduzione della bio diversità), sui danni creati agli animali e agli uomini. Le reazioni delle industrie chimiche furono violentissime e la biologa marina fu accusata di essere un isterica estremista. Come scrive Al Gore: <<Primavera silenziosa giunse come un grido nel deserto, una trattazione profondamente sentita, minuziosamente documentata, scritta in modo brillante, che cambiò il corso della storia. Forse, senza questo libro, la nascita del movimento ambientalista sarebbe avvenuta più tardi o non avrebbe avuto luogo affatto>>. Purtroppo ebbe poco tempo per organizzare la sua battaglia: due anni dopo la pubblicazione del libro morì per un tumore al seno.

Barry Commoner: altro pioniere dell’ecologismo: <<Io credo che il continuo inquinamento della terra, se incontrollato, finirà per annullare l’idoneità di questo pianeta quale sede di vita umana>>. Parole, queste, del biologo statunitense Barry Commoner che con il suo testo più conosciuto, “Il cerchio da chiudere” del 1971, ha dato un forte contributo alla battaglia per un mondo più sano e meno inquinato. Sulla scia di Carson ha denunciato l’inquinamento del pianeta ma è stato soprattutto tra i primi ad aprire la riflessione sulla finitezza delle risorse naturali energetiche. Quindi l’esaurimento delle risorse fossili e la necessità di sviluppare le fonti energetiche rinnovabili.

Nella sua opera più conosciuta Commoner presentò le quattro leggi fondamentali dell’ecologia:

1) Ogni cosa è connessa con qualsiasi altra;

2) Ogni cosa deve finire da qualche parte;

3) La natura è l’unica a sapere il fatto suo;

4) Non si distribuiscono pasti gratis.

Una rivalutazione delle leggi naturali contro la dittatura della tecnocrazia scientifica che non prende in considerazione gli effetti perversi dell’industrializzazione della vita produttiva. Insomma, Commoner propone un nuovo patto uomo – natura per ristabilire un equilibrio che tuteli l’eco sistema. Un apporto non solo filosofico che si è sviluppato fino ad oggi con le analisi sull’inquinamento creato dalle emissioni inquinanti, i danni provocati dagli inceneritori, la necessità della valutazione ambientale e l’etichettatura sociale dei prodotti. Per chiudere un cerchio.

Il Club di Roma. Un gruppo di scienziati, intellettuali, premi nobel e imprenditori guidati dal manager anti fascista Aurelio Peccei elaborarono uno studio, commissionato al MIT di Boston, che diede un forte colpo al mito dello sviluppo illimitato. L’opera, resa nota nel 1972 a pochi mesi dalla prima crisi petrolifera, ebbe un forte impatto sul’opinione pubblica. Prese il nome di “Rapporto sui limiti della crescita” o “Rapporto  Meadows” dal nome di Donella Meadows che più di altri curò la simulazione al computer che mise in allarme il mondo. Gli scienziati per la prima volta sottolinearono la probabilità di un esaurimento delle materie prima e di una decadenza con esiti drammatici della capacità di carico del pianeta. Il concetto di limite per la prima volta entra con forza nel dibattito sullo sviluppo.

Negli anni il rapporto è stato aggiornato: nel 1992 con “Oltre i limiti” (Beyond the Limits) e nel 2004 con  Limits to Growth: The 30-Year Update pubblicato dalla Chelsea Green Publishing Company.  Il rapporto in questi ultimi 40 anni è stato criticato, avversato e i suoi sostenitori accusati di superficialità e approssimazione (vedere in particolare “L’impostura del Club di Roma” di Philippe Braillard) ma a prescindere dallo scarto tra previsioni e stato attuale delle condizioni ambientali del pianeta ha avuto il forte merito di mettere in primo piano l’inquinamento dell’eco sistema, la scarsità ed esauribilità delle materie prime,  la necessità di un uso più appropriato delle risorse energetiche. Seppure i calcoli, in particolare per il petrolio, non si sono dimostrati precisi, grazie al Club di Roma e al Rapporto Meadows il concetto di limite ha permesso l’avvio di politiche produttive orientate al risparmio, alla lotta contro l’inquinamento e al perseguimento di una migliore qualità della vita ambientale.

Ernst Schumacher e il “ Piccolo è bello”.  Un altro degli autori che negli anni settanta ha criticato il sistema economico basato sulla produzione a grande scala, in pratica il fordismo, e sull’industrializzazione spinta è l’economista Ernst Schumacher che coniò uno slogan di grande successo per uno dei primi bestseller, anno 1973, ecologisti: <<Small is Beautiful>>, in italiano <<Piccolo è bello>>. Per la prima volta si ragiona in termini umani e con l’obiettivo di disegnare il sistema produttivo su basi decentrate. Schumacher non critica la tecnologia in quanto tale ma nella sua dimensione ideologica, nel dominio della tecnica che seppellisce gli aspetti umani. Una soluzione dell’economista e filosofo tedesco risiede nella localizzazione ottimale delle strutture produttive, per un decentramento che permetta un maggior controllo sociale della tecnologia. A misura d’uomo. <<Solo quando riusciamo a vedere il mondo come una scala, e quando riusciamo a vedere la posizione dell’uomo sulla scala, siamo in grado di riconoscere alla vita dell’uomo sulla terra un compito significativo».

Ivan Illich. Non si può parlare di sviluppo senza citare Ivan Illich. Intellettuale eretico, eclettico e dai molteplici interessi, dalla medicina alla religione, che ha improntato la sua critica alla modernizzazione con l’esaltazione della società conviviale. Come per Schumacher è il dominio della macchina a creare problemi ad un armonico sviluppo della società. Che Illich immagina “conviviale” incentrato su un rapporto rispettoso con la natura e la tecnologia intesa in senso sociale, non come strumento per accumulare prodotti e ricchezze ma per risolvere i problemi dei cittadini.  La sua critica interessa anche la medicina dove sottolinea la necessità di riscoprire i rimedi naturali e contrasta la spersonalizzazione del rapporto medico paziente. Tra le sue opere ricordiamo “L’elogio della bicicletta”; “Per una storia dei bisogni”; “Descolarizzare la società”. Oltre l’attività teorica gli insegnamenti di Illich hanno influenzato molti gruppi di azione, presenti anche in Italia, che cercano di tradurre nella realtà il suo pensiero. Le sue teorie pur privilegiando un approccio olistico non costruiscono un vero e proprio paradigma.

La svolta: il rapporto Brundtland e il Futuro di noi tutti
La vera svolta nelle teorie dello sviluppo arriva nel 1987 con il Rapporto Brundtland della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo che per la prima volta parla di sviluppo sostenibile.
Che il gruppo di lavoro, coordinato dal Presidente Gro Harlem Brundtland, traduce con il concetto: <<Lo Sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni>>. Si introduce nel discorso e l’analisi sullo sviluppo possibile il principio della solidarietà intergenerazionale, con le generazioni future. Una posizione etica che avrà un forte successo nella elaborazione teorica successiva e nelle politiche pubbliche (almeno a livello di enunciazione ma con forti scarti nella realtà) che troveranno una prima assunzione nella Conferenza sull’Ambiente di Rio de Janeiro del 1992 dove i governi prendono degli impegni per la tutela dell’ambiente.
Che si traducono con Agenda 21, gli impegni ambientali per il XXI secolo. Una strategia fatta di legge e progetti da realizzare sul territorio.  Una prima traduzione pratica per le differenti teorie che disegnavano uno sviluppo sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale, culturale e geografico.

Bibliografia consigliata:

  • Primavera silenziosaRachel Carson. Prezzo: € 8.78 Feltrinelli Editore: Data di Pubblicazione: Giugno 1999; ISBN: 8807815672; ISBN-13: 9788807815676
  • Il cerchio da chiudereBarry Commoner (Garzanti, fuori edizione)
  • Piccolo è belloErnst Schumacher, Edizioni Slow Food, Data di Pubblicazione: Giugno 2010, ISBN: 8884991986, ISBN-13: 9788884991980

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sullo stesso argomento
Close
Back to top button
Close