I tentativi di BP di rifarsi un’immagine dopo il disastro del Golfo del Messico

di Magi del 17 maggio 2011

Il disastro ambientale del Golfo del Messico causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum, è stato certamente il più grave della storia americana: in seguito ad un’esplosione violentissima avvenuta durante il completamento dei lavori presso il Pozzo Macondo, infatti, il 20 aprile 2010 inizia un massivo riversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico, terminato solo 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, grazie alla cementificazione del pozzo stesso.

I tentativi di BP di rifarsi un’immagine dopo il disastro del Golfo del Messico

Ben 200 milioni di galloni di petrolio che hanno devastato le coste, la flora e la fauna delle acque di fronte alla Louisiana, il Mississippi, l’Alabama e la Florida, sui cui fondali giacciono e agiscono pericolosamente, lontani dalla vista, i residui più pesanti.
Il colosso petrolifero londinese è da subito considerato l’unico responsabile del terribile incidente e, proprio nei giorni del disastro, arriva a spendere fino 6 milioni di dollari al giorno, scontando per di più il calo del prezzo del greggio e il crollo del valore delle sue azioni sui listini di borsa.

Ma BP non deve fare i conti solo con le perdite economiche: è in gioco la sua reputazione di ‘azienda amica dell’ambiente’. Infatti, a partire dal 2000, l’azienda ha investito grosse somme per riposizionarsi come compagnia di grande responsabilità sociale, ridisegnando addirittura il proprio logo in un girasole verde e giallo e introducendo il nuovo claim “BP- Beyond Petroleum”.

Per questa ragione, la cura del sito internet è diventata un’assoluta priorità di BP, che da subito l’ha utilizzato come unico strumento di diretta comunicazione con il proprio pubblico, per pubblicare e pubblicizzare la SUA verità sulla tragedia del Golfo: ancora oggi, a distanza di un anno, esiste una sezione, ben visibile fin dalla home page, interamente dedicata all’esplosione nel Golfo del Messico, dove sono contenuti tutti gli interventi di BP a favore della popolazione locale e dell’ecosistema, oltre a dati, cifre e documenti relativi al disastro ambientale (www.bp.com).

Di recente, la BP, nell’ambito dell’assemblea generale annuale dei soci azionisti, ha dettagliato il suo ingente impegno economico a fronte del disastro ambientale: la società, infatti, oltre a sostenere che i danni siano stati di minore entità rispetto a quanto diffuso a mezzo stampa (anche se la comunità scientifica internazionale, però, pare pensarla diversamente), ha dichiarato di avere già investito, in tal senso, ben più di 13 miliardi di dollari, di cui 500 milioni spesi per finanziare studi scientifici sugli effetti della marea e altri 280 milioni utilizzati per la salvaguardia della fauna e il ripristino dell’habitat marino. Senza contare il fondo di 20 miliardi di dollari istituito per coprire le richieste di compensazione avanzate dalla popolazione locale, alle prese con una strana sindrome sanitaria patologica che sta coinvolgendo in maniera preoccupante in particolare coloro che sono stati a stretto contatto con le spiagge e le acque inquinate dal petrolio e, ancor peggio, dai disperdenti.

Insomma, la macchina delle pubbliche relazioni attivata per salvare l’immagine della British Petroleum procede instancabile: nonostante l’isolamento da parte del mondo industriale, l’imbarazzo di molte istituzioni culturali che ne hanno rifiutato la sponsorizzazione, i milioni di risarcimento già versati, le proteste di piazza, il colosso petrolifero, imperturbabile, sta già ripartendo in Canada a anche nello stesso Golfo del Messico con nuovi progetti estrattivi e di investimento. Questa gestione così intensa della comunicazione esterna da parte di BP è l’unica strada sicura da percorrere in caso di crisi: non lasciare spazi vuoti nella comunicazione, fino al punto che, forse, in un futuro neanche tanto lontano, addirittura nulla rimarrà ad associare l’incidente del Golfo con il nome della BP, secondo una tradizione peraltro ormai consolidata nell’industria petrolifera, di chiamare gli incidenti o con il nome del luogo dove sono avvenuti o con il nome della piattaforma, o della nave, coinvolta.

Lasciandosi dietro solo una scia nera di morte e una montagna di dollari spesi troppo tardi, secondo una logica perversa che non privilegia la prevenzione ambientale e la sicurezza ma che si preoccupa di riabilitare l’immagine dopo una catastrofe assolutamente evitabile.

Quello che dovrebbe insegnare a tutti il caso BP è proprio il contrario: prevenire è sempre meglio che curare e le migliori pubbliche relazioni sono quelle dove si può affermare una verità, non dove si è costretti a confutarla.

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