Il Piemonte ha esultato per la sentenza Eternit ma Bagnoli non otterrà giustizia!

di Luca Scialò del 2 Aprile 2012

Dopo la storica sentenza del 13 febbraio 2012 a Torino per il processo Eternit in cui il tribunale ha condannato in primo grado a 16 anni il proprietario e l’amministratore dell’azienda, Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, per le vittime degli stabilimenti di Cavagnolo (Torino) e Casale Monferrato (Alessandria), in Italia si esulta e si attende giustizia anche per altri siti legati alla produzione del terribile materiale.

Il Piemonte ha esultato per la sentenza Eternit ma Bagnoli non otterrà giustizia!

In realtà il mondo operaio e civile tutto esulta a metà. Non hanno diffatti ottenuto uguale giustizia le vittime di altre due sedi in contatto con l’amianto: Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli), per i quali i giudici hanno dichiarato di non doversi procedere perché il reato è prescritto. Per questi due stabilimenti i reati si sono verificati tra gli anni ’60 e ’80. Mentre per le due sedi piemontesi che hanno ottenuto giustizia, i due reati partono dal 1999.

Ecco alcune tristi testimonianze per il caso Bagnoli. “Se vi è una condanna – si legge su un forum dedicato al processo Eternit – non può essere per alcuni, deve essere per tutti. I miei genitori sono entrambi malati, sono stati lavoratori di Bagnoli e hanno lavorato dal 1960 al 1984. I loro amici del lavoro con i quali condividevano 3 turni si contano sulle dita di una solo mano. Attendo risposte dagli avvocati a cui ci siamo affidati“.

Ancora, c’è Attilia Cardelli, 73 anni, che nello stabilimento napoletano ha lavorato dal 1955 al 1983. Nel 1978 si è ammalata di asbestosi, una delle patologie causate dall’amianto killer, ma ha continuato a lavorare per cinque anni fino a quando è stata messa in cassa integrazione. Qualche anno dopo è arrivata la pensione. “Prescrizione? E che significa questa parola? Io so solo che le vite di noi di Bagnoli e le vite degli operai di Casale valgono allo stesso modo. Siano anche noi dei poveri cristiani – ha commentato – Non è una questione di risarcimenti. Vorrei solo che si facesse giustizia. Dico giustizia. Si lavorava solo con i guanti per evitare di ferirci alla mani, ma la polvere era dappertutto”. Quando si è ammalata ha continuato a lavorare: “Non avevo i requisiti per essere dichiarata inabile al lavoro“.

Come dargli torto? Nella periferia ovest di Napoli le fibre di amianto hanno tolto la vita a 466 persone, mentre altre 148 sono costrette ancora oggi a convivere con tumori e malattie legate all’esposizione all’asbesto. Ma si sono ammalate troppo presto e il diritto al risarcimento è stato prescritto. Su tutte, la malattia più diffusa e significativa per questo fenomeno è la mesotelioma, “una malattia che in condizioni di normalità colpisce una persona ogni centomila, e che invece qui ha ammazzato otto operai su cento”, dice Massimo Menegozzo, consulente del sostituto procuratore Raffaele Guariniello nel processo di Torino. Né ha aiutato ricordare che il picco di malattie tumorali a Bagnoli è previsto per il 2020. E non solo per colpa della Eternit.

Nell’area classificata dal ministero dell’Ambiente tra i siti di interesse nazionale a causa dell’inquinamento, c’è quel che resta dell’Italsider e della Cementir, altre due bombe ecologiche che hanno lasciato sul territorio morte e desolazione. E i cui terreni, come quelli della fabbrica di amianto, non sono ancora stati del tutto bonificati. Mancano i soldi, e non arriveranno neppure quelli che sarebbero spettati come risarcimento alla Regione Campania, parte civile al processo di Torino. Come non bastasse, ad oggi sono già andate a vuoto due gare per la bonifica di Bagnoli. Come se nessuno volesse metterci mano.

Stesso dicasi per Rubiera. Come ha detto nel giorno della sentenza l’avvocato che difende le parti in causa  Ernesto D’Andrea, che rappresenta la Provincia di Reggio Emilia e 45 famiglie delle vittime reggiane che lavoravano nello stabilimento Icar (poi diventato Eternit) di Rubiera: “Non è corretto dire che il tribunale di Torino ha imposto la prescrizione per tutte le vittime di Rubiera – ha detto D’Andrea – . La prescrizione è stata riconosciuta solo per alcuni periodi, ecco perché alcune richieste di risarcimento sono passate e altre no“.

Nella cittadina emiliana i reati contestati si riferiscono al periodo compreso tra il 1966 e il 1974. E la prescrizione dovrebbe fermarsi intorno al ’71, ma la data non e’ ancora certa. A Rubiera, ricorda l’avvocato, le vittime accertate sono 64 e 120 le richieste di risarcimento danni presentate complessivamente, di cui circa 105 da parte di parenti degli operai, il resto di istituzioni e sindacati. “Ma per capirne di più aspettiamo di leggere il dispositivo della sentenza“, conclude il legale.
Anche noi attendiamo.

Per saperne di più sull’amianto, leggi qui il nostro reportage sull’eternit in tre puntate e altri articoli correlati:

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