In Calabria progetto per mega-centrale a carbone da 140 posti di lavoro, costa 1 miliardo e distrugge l’ambiente. A che pro?

di Erika Facciolla del 24 Aprile 2012

La storia recente della Calabria parla di eco-mostri, disastri ambientali e impunità, ambigue alleanze tra enti ed aziende. Sono tali e tanti i misfatti ai danni del territorio che ormai neppure i giornali hanno più voglia di parlarne. L’ultimo episodio di una storia infinita di inquinamenti e distrazione di risorse pubbliche per interessi privati si chiama Liquichimica di Saline Joniche (RC), oggi ridotta a poco più di uno scheletro di macerie che – udite, udite – venne inaugurato e chiuso nel tempo record di 48 ore.

In Calabria progetto per mega-centrale a carbone da 140 posti di lavoro, costa 1 miliardo e distrugge l’ambiente. A che pro?

E’ notizia recente che l’eco-bomba della Liquichimica riaprirà i battenti per essere trasformata in una centrale a carbone da 1.320 megawatt. Una nuova storia che nulla avrà a che vedere con la vecchia, rassicurano i dirigenti della SEI, azienda italo-svizzera che gestirà l’investimento, anche se mai come in questo caso ogni dubbio è legittimo.

Liquichimica ha avuto giusto il tempo di devastare una delle zone della gracanica calabrese più belle del Tirreno, provocare un impatto ambientale devastante nel territorio circostante e fare arricchire pochi.

L’affiare Liquichimica è in realtà una fiction in due puntate: alla fine degli anni ’70 furono investiti poco più di 300 miliardi di vecchie lire (che oggi sono 147 milioni di euro) per creare un impianto per la produzione di componenti chimici per la detergenza e bio-proteine per mangimi animali.

Ma dopo soli due giorni e dopo avere speso quel fiume di denaro, le istituzioni si accorsero che lo stabilimento era “altamente inquinante“e per di più costruito su di un terreno “instabile”. E così tutto venne bloccato e arrivò la cassa integrazione per centinaia di operai chiamati, prima, a lavorare e, subito dopo cassintegrati per 18 lunghi anni. E delle bio-proteine non se ne vide neanche una stilla…

E così, a distanza di quarant’anni dalla sua edificazione, ecco la seconda puntata della fiction: l’eco-mostro è ancora lì, a rovinare la vista di chi guarda il mare dalla costa sperando di intravedere ancora l’Etna come succedeva tempo addietro nei giorni più tersi (quello che è rimasto di questa parte della costa calabra, perché dopo i prelievi selvaggi di sabbia che hanno divorato l’arenile, di costa ne è rimasta ben poca in quel tratto). Sono 700.000 mq di costa deturpati da un impianto parzialmente smantellato, un porto privato, spogliatoi, uffici, laboratori, vasche…

Oggi, c’è un socio di maggioranza di questa riconversione, Repower, colosso svizzero a capitale misto pubblico-privato, tra i cui azionisti c’è il cantone dei Grigioni, dove ha sede la Repower, ed Hera, società energetica pubblica di amtrice emiliana, che attraverso le sue controllate Calenia ed Hera Med, partecipa in alcuni investimenti energetici nel Sud Italia.

Ma torniamo alla questione ambientale. Le ricadute sul territorio sono state stimate intorno a 1.200.000 euro e gli esperti della Sei dicono che 1 milardo di euro sarà investito per la riconversione dell’impianto, mentre 1.500 saranno gli operai impiegati nei lavori e 300 i nuovi posti di lavoro per produrre tonnellate di carbone ‘pulito’ o presunto tale.

Ma questo fantasmagorico progetto ha già dimostrato di fare acqua da tutte le parti. Secondo le indiscrezioni trapelate dalla valutazione ufficiale resa dal Ministero dell’Ambiente, infatti, l’occupazione offerta dall’impianto una volta a regime sarebbe in realtà di 140 persone e le stime sul danno ambientale non sarebbero così rassicuranti. Senza contare che l’investimento economico promesso è tale da far ragionevolmente ipotizzare l’infiltrazione di esterni invogliati dalla ghiotta occasione.

Già in altre occasioni il Ministero si è espresso negativamente sulla possibilità di introdurre la tecnologia a carbone negli impianti calabresi (ricordiamo il caso di Enel relativo alla riconversione a carbone della centrale a turbogas di Rossano Calabro) poiché in contrasto con il piano energetico regionale.

Per non parlare del fatto che il carbone rappresenta la più grande fonte di inquinamento da CO2, che l’UE si è impegnata a ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 30% e che l’OMS abbia rimarcato più volte che “le centrali a carbone sono una delle cause principali dell’emissione delle polveri sottili che ogni anno nel mondo causano la morte di 2 milioni di persone”.

Ma allora perché gli esperti del Ministero hanno dato il via libera al progetto? Perché si caldeggia un simile investimento pur non ritenendolo ‘idoneo per il recupero ambientale’ e per lo sviluppo del turismo della zona? Come mai è stato ignorato il veto posto dal Ministero dei Beni culturali sulla devastazione di un’area ricca di reperti archeologici?

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