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La verità, tutta la verità e nientalto che la verità su Asian Pulp & Paper, il maggior distruttore delle foreste orientali!

Dopo la segnalazione di un nostro fan, cyber-attivista di Greenpeace, sull’utilizzo da parte di National Geographic di carta proveniente da Asia Pulp & Paper (APP) , una delle imprese che producono carta e cellulosa danneggiando sia le foreste pluviali che quelle torbiere, abbiamo cercato di vedere chiaro su questa faccenda.

La verità, tutta la verità e nientalto che la verità su Asian Pulp & Paper, il maggior distruttore delle foreste orientali!

Greenpeace  aveva lanciato a marzo un rapporto internazionale ‘Partita a Ramino… quello illegale‘ che denunciava i crimini ambientali del colosso cartario sino-indonesiano Asia Pulp & Paper contro specie a rischio come l’albero del ramino e la tigre di Sumatra. Il documento attestava anche la presenza di fibre provenienti da deforestazione in prodotti di uso comune venduti da marchi come Xerox, Danone e National Geographic.

E’ arrivata però subito la smentita da parte di quest’ultimo, che leggiamo sul sito: “Da anni la National Geographic Society non utilizza più materiale fornito dall’ Asia Pulp and Paper. E’ infatti impegnata a rifornirsi di materiale proveniente da fonti sostenibili e a verificare tutto il materiale impiegato nella produzione con la maggior accuratezza possibile (…) conformi al Lacey Act così come modificato nel maggio 2008. (…) Né carta né altri materiali dovranno provenire da foreste ad elevato valore ambientale o da altre fonti illegali. Tutti i materiali devono essere raccolti in maniera sostenibile”. E diffatti il 2 marzo Greenpeace ha tolto il riferimento a National Geographic.

Ma cerchiamo di far luce anche sulle attività della Asia Pulp and Paper, il maggior distruttore delle foreste orientali.
L’industria, che ha sede a Singapore, produce, da sola, circa 15 milioni di tonnellate tra carta e cartone all’anno, un numero considerevole se pensiamo che nel mondo ogni anno si producono circa 400 milioni di tonnellate. Il prodotto viene estratto dalle piante di acacia che ad un ritmo vertiginoso stanno sostituendo le foreste pluviali e quelle torbiere, in particolare dell’Indonesia.

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Attualmente soltanto il 35% dei 700.000 ettari di foreste protette dall’Unesco come riserva sono foreste naturali, il restante è dominato da piantagioni di acacia. Ormai da dieci anni sia le foreste pluviali che torbiere sono gravemente danneggiate. Il Borneo indonesiano ha perduto negli ultimi decenni oltre il 75% delle foreste originarie, 20 milioni di ettari deforestati negli ultimi dieci anni, un quarto del restante patrimonio verde.

In un’economia globalizzata come la nostra, il problema non è solo di chi produce con scarsa sensibilità ambientale e rispetto dei diritti umani, dei lavoratori e dei bambini, ma anche di chi acquista e consuma. Basti pensare che l’Italia è il primo importatore europeo di carta e pasta di cellulosa con circa 50 milioni di euro di materia all’anno, quasi tutto proveniente dall’Indonesia poiché tra i principali fornitori risulta naturalmente anche la Asia Pulp and Paper.

Organizzazioni come il WWF non potevano restare a guardare senza far nulla e nell’agosto del 2003 la Asia Pulp and Paper e la sua consociata Sinar Mas si impegnarono con il WWF in un progetto di 12 anni per rivedevere gli standard comportamentali nei confronti dell’ambiente, dedicando ad aree di conservazione una parte delle foreste avute in concessione, e garantendo approvvigionamenti da fonti controllate e legali.

Ma niente di tutto questo è stato fatto. In realtà il progetto proposto dal WWF  è stato utilizzato dal colosso della carta come uno strumento per incrementare il proprio business e farsi pubblicità con questo greenwashing. La APP infatti seguitava la sua attività illegale nella provincia di Riau, a Sumatra, devastando foreste torbiere, minacciando le tigri e gli elefanti che trovavano in quell’habitat la loro risorsa.

Il progetto fu quindi interrotto e Amnesty International chiese un’indagine ufficiale ed accurata sulla multinazionale APP responsabile di diversi crimini. Per 12 anni ad esempio il villaggio di Suluk Bongka è stato teatro di una guerriglia tra le popolazioni indigene e uno dei fornitori del gruppo APP, che si è conclusa nel 2008 con un incendio che ha provocato la morte di due bambini. Il colosso più volte è stato denunciato per abusi sul territorio e taglio illegale ma ne è uscito sempre pulito, vincendo inoltre la battaglia sul controllo delle foreste a Sumatra, da anni vittima di deforestazioni non concesse dal Governo. Restano dati “strani”: la provincia di Riau è l’area in cui si registrano più incendi in Indonesia, circa 4.782 nella prima metà del 2009.

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Sia il governo e le legislazioni indonesiane, che il WWF e Amnesty International, non sono state in grado di intervenire e fermare il comportamenteo illegale della APP. Il problema è che si tratta di un’azienda che non ha particolare interesse, economico e di immagine, a migliorare il proprio comportamento. Ma anche se la APP non compare con il suo nome sui prodotti cartari e non ha la stessa visibilità che hanno i marchi di prodotti finali conosciuti ai consumatori, e si trova in una zona del mondo poco visbile dal punto di vista politico ed economico, stanno venendo a galla i diversi casi di illegalità commessi a danno di foreste ed animali, spingendo associazioni ambientaliste a creare una rete di informazione e pressioni affinché questo sistema cessi.

La Rainforest Action Network e l’associazione italiana Terra hanno infatti portato avanti una campagna contro il gigante cartario sino-indonesiano e si è arrivati ad una svolta importante. Contattando le industrie distributive ed i partner commerciali della APP e facendo pressione anche sui clienti, si è arrivati ad un traguardo che non ci si aspettava!

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Gruppi come Fuji Xerox, Ricoh, Corporate Express, Metro Group, Woolworths Ltd. e Idisa Papel già da tempo non acquistano più prodotti dalla Asia Pulp & Paper ed ultimamente, anche il marchio Gucci ha deciso, sulla scia di una nuova coscienza ambientalista, di non acquistare più prodotti cartacei provenienti dal logging selvaggio ed illegale in Indonesia, in particolare dalla Asia Pulp and Paper.

Quindi fortunatamente le organizzazioni internazionali sembrano essere state in grado di isolare l’azienda e forse, nel tempo, a farle cambiare comportamento. Nonostante le difficoltà ed il tempo intercorso, le organizzazioni, operando in rete – altro fattore determinante – e risalendo lungo la filiera, sono riuscite a raggiungere un risultato che porta il mondo verso una maggiore sostenibilità umana ed ambientale.

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