L’indio che combatte con Google e Facebook la distruzione della sua foresta

di Martina Pugno del 30 giugno 2013

Tutto ebbe inizio nel 1997, l’anno del Protocollo di Kyoto.

Almir Surui aveva 22 anni quando escogitò un piano cinquantennale tanto semplice quanto ingegnoso per salvare la sua tribù e la distruzione della foresta pluviale dalla quale dipende la sopravvivenza della tribù Surui: sarebbe stata la popolazione stessa a porre riparo ai danni provocati dai taglialegna.

Scendere in campo  in prima persona è l’unica soluzione, secondo il pensiero di Almir, per salvare la riserva, lottando contro un sistema che vede alcuni dei Surui stessi scendere a patti con la mafia e le lobby del legno, alcuni per alleviare la povertà, altri per pura avidità.

Le sue armi sono internet, Google Earth e la tecnologia Gps: convinti dalle sue parole, i Surui sono la prima popolazione indigena pagata dal resto del mondo per preservare il territorio nel quale vive. Da quel momento, un numero sempre maggiore di Surui ha aderito al progetto, piantando le più diverse varietà di piante per preservare uno dei territori più ricchi di diversità biologica al mondo. La popolazione sta ancora piantando e la foresta sta lentamente continuando a rigenerarsi.

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I sorprendenti risultati di un’operazione tanto semplice non sarebbero stati possibili senza la tecnologia ben conosciuta da Amir: il merito è anche di una email inviata in tutto il mondo, che ha perfino convinto lo svizzero Thomas Pizer a partecipare attivamente alla riforestazione insieme agli indios.

Ho ricevuto una mail dal cuore della foresta amazzonica“, racconta l’uomo dell’associazione Acquaverde, che sta supportando il progetto “La mail diceva “sul vostro sito scrivete che siamo tutti coinvolti nella riforestazione amazzonica; se è vero, aiutateci per favore“. La mail, corredata di documenti e file excel, ha fatto breccia e le donazioni hanno iniziato ad arrivare da tutto il mondo.

Il giovane Surui è arrivato fino a Google, dando vita ad una collaborazione straordinaria per la digitalizzazione delle immagini e dei dati relativi all’intera area che possa favorire l’individuazione dei “bracconieri del legno”. Con il denaro che continua ad arrivare per sostenere il progetto, i Surui stanno iniziando a pensare anche alla realizzazione di scuole, ospedali, nuove case e la costituzione di un welfare interno che possa garantire una pensione agli anziani e agli infermi. Ma soprattutto, sanno continuando a piantare gli alberi.

A 32 anni dal traguardo dei 50 anni impostosi da Almir per salvare la foresta amazzonica, il progetto è poco più che allo stadio inziale, con 120mila alberi piantati contro le decine di milioni di obiettivo, ma lo sono anche le idee e le risorse del giovane indio famoso in tutto il mondo per aver salvato la foresta amazzonica.

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