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L’olio di palma distrugge le foreste indonesiane

E’ giusto parlare di una potenziale eco-devastazione. Una vasta area compresa tra il sud-est asiatico e la Papua Nuova Guinea rischia di perdere migliaia di ettari di foreste, in favore dell’industria del legname e di piantagioni estensive di palma da olio. Il fenomeno, già in atto, se non fermato in tempo rischia di dar forma a un danno irreparabile.

Solo sull’isola di New Britain, in Papua Nuova Guinea, la compagnia Rimbunan Hijau ha in progetto un enorme land grabbing (accaparramento di terre), pari a oltre 5 milioni di ettari. Una proporzione pari a 1/7 della superficie totale dell’isola, dominata da una rigogliosa foresta pluviale. Un paradiso che, con prelievi mensili di 90.000 metri cubi di legname, rischia di scomparire molto in fretta.

Ma non finisce qui, perchè la flora locale deve difedersi anche dalle mire di un’altra società, la New Britain Palm Oil, una delle più importanti aziende che operano nella produzione e nel commercio dell’olio di palma e vede tra i suoi clienti numerosi marchi di prodotti alimentari.

FOCUS: La verità, tutta la verità e nientalto che la verità su Asian Pulp Paper, distruttore delle foreste asiatiche.

Solo negli ultimi anni la NBPO è stata capace di spazzare via 77.000 ettari di foresta vergine per farci piantagioni. Un’eredità, questa, trasmessa da Cargill, il più grande colosso dell’industria agro-alimenare, capace di controllare piantagioni e impianti di spremitura in Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea, oltre a gestire il mercato dell’olio di palma proveniente da altri 25 produttori.

Questa violenza sulla natura in terre dalla vegetazione rigogliosa ha conseguenze anzitutto ambientali, con l’alterazione dell’ecosistema e l’inquinamento di laghi e fiumi, e in secondo luogo riduce le popolazioni locali in povertà, rendendole schiave delle aziende che ne sfruttano e distruggono il territorio, perché diventano di fatto la loro unica fonte di lavoro.

Tutto in nome di un prodotto utilizzato sia in campo alimentare che nella cosmesi e nella produzione di bio-diesel. Il costo sociale di queste piantagioni è salato: i palmeti sottraggono spazio ai villaggi e ai campi coltivati, i contadini vengono sfrattati con metodi barbari, contadini indipendenti devono invece cedere i loro appezzamenti di terra e vengono ridotti in schiavitù. Privi di ogni diritto, questi lavoratori sfruttati diventano terreno fertile per il dispiegarsi di violenze, prostituzione, alcolismo e indebitamento.

VAI: Papua: l’appello del WWF per salvare questo angolo di paradiso

Alla diffusione delle piantagioni si oppongono da tempo associazioni ambientaliste come Greenpeace e Friends of the Earth ma servono azioni più concrete e concertate da parte delle istituzioni locali e internazionali, che però al momento nicchiano.

Purtroppo, amara considerazione, ci sono di mezzo interessi economici strategici.

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Published by
Claudio Riccardi

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