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Nel mondo sono 67 i siti più significativi da salvare

Ogni due anni il World Monuments Fund stila una lista dei siti culturali mondiali che necessitano di un intervento, al fine di evitarne il deterioramento o l’”estinzione” definitiva. Le minacce cui sono sottoposti sono le più varie e hanno sia origine naturale che “umana”: Infiltrazioni d’acqua, sovraffollamento dei turisti, crescita della popolazione, mancata riqualificazione, agenti atmosferici.

Nel mondo sono 67 i siti più significativi da salvare

Ovviamente, che si tratti dell’una o dell’altra categoria di minaccia, tocca proprio agli esseri umani preservarne lo stato nel tempo.

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Nell’anno che verrà saranno 67 i luoghi o gli edifici a rischio, sparsi in 41 paesi. Un po’ a sorpresa manca l’Italia, ma su ciò ritorneremo in seguito. Ciò che ci preme fare ora è proporvi una veloce carrellata dei siti a rischio, tra i quali si trovano sia quelli antichi che quelli moderni.

Tra i 67 siti citati dal Wmf, alcuni avrebbero solamente bisogno di una migliore gestione strutturale e turistica, come le vestigia dell’antico regno di Nanyue in Cina. Il palazzo e il giardino che risalgono al tempo dell’imperatore che costruì i famosi guerrieri di terracotta, sono ora in balia di un esercito di 13 milioni di persone che vivono proprio a ridosso della zona archeologica nella città di Guangzhou.

Per gli stessi motivi, corre forti rischio anche il sito archeologico delle Linee di Nazca, nel deserto del Perù Meridionale. I geoglifi non sono conservati come meriterebbero e dunque sono esposti alla mercé dei turisti. Ma la loro conservazione è anche minacciata dagli agenti atmosferici.

La mancata protezione dai turisti è un serio problema anche per i villaggi di pescatori nella splendida baia di Halong, in Vietnam. Paese poverissimo che potrebbe trarre proprio dal turismo una discreta fonte di entrate.

Un altro paese europeo che pure non se la sta passando bene economicamente è come noto la Grecia. Eppure il più antico campo santo di Atene, che ospita le tombe delle più importanti personalità greche degli ultimi due secoli con le loro statue monumentali, sta rischiando pesantemente di cadere a pezzi.

Sono invece le infiltrazioni d’acqua a mettere a repentaglio la cattedrale inglese di San Michele a Coventry; già distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma ricostruita preservando il campanile, l’abside e le pareti esterne.

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Come detto, il Wmf non preserva solo i siti antichi, ma anche l’architettura moderna. Nella categoria “modernariato da proteggere” si trova la stazione degli autobus di Preston nel nord ovest dell’Inghilterra. Costruita sulla fine degli anni Sessanta, è da diversi anni a rischio demolizione in seguito ad un piano di riqualificazione della zona.

Esempio di modernismo americano minacciato è invece l’edificio a forma di scatola della Manufacturers Trust Company sulla Quinta Strada di New York.

Poi ci sono le località distrutte dai terremoti, che il Fondo auspica di ricostruire preservandone al contempo l’identità. Si comincia dall’immenso patrimonio culturale del Giappone (gravemente danneggiato dal sisma del marzo 2011), per poi passare agli edifici governativi in stile neogotico di Christchurch in Nuova Zelanda (terremoto del settembre 2010) e finire con l’architettura della città di Jacmel ad Haiti (terremoto del gennaio 2010).

E veniamo al nostro paese. Strano non veder menzionato neppure un sito italiano, eppure sappiamo quanto il nostro patrimonio artistico e urbanistico cada spesso letteralmente a pezzi.

Eppure nella lista degli osservati speciali del 2008 figuravano la via della transumanza in Molise, il Ninfeo degli Orti Farnesiani a Roma, il Forte di Fenestrelle in Piemonte e il ponte di Valeggio sul Mincio.

Due anni più tardi nella black list del 2010 comparvero il centro storico della città fantasma lucana di Craco, il ponte Lucano di Tivoli e la villa di S. Gilio di Oppido Lucano. Possibile sia stato tutto risolto?

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Luca Scialò

Nato a Napoli nel 1981 e laureato in Sociologia con indirizzo Mass Media e Comunicazione, scrive per TuttoGreen da maggio 2011. Collabora anche per altri portali, come articolista, ghost writer e come copywriter. Ha pubblicato alcuni libri per case editrici online e, per non farsi mancare niente, ha anche un suo blog: Le voci di dentro. Oltre alla scrittura e al cinema, altre sue grandi passioni sono viaggiare, il buon cibo e l’Inter. Quest’ultima, per la città in cui vive, gli ha comportato non pochi problemi. Ma è una "croce" che porta con orgoglio e piacere.

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Un commento

  1. Credo che tra le aree archeologiche debba rientrare anche l’are della penisola del Sinai, da quello che si può osservare sembra che vi sia una sistematica attività di devastazione di geoglifi tra l’altro del tutto sconosciuti ed ignorati. mi permetto di dare questi link:
    http://phoo34.wordpress.com/2012/08/24/i-geoglifi-del-sinai-ia-parte/
    http://phoo34.wordpress.com/2012/08/24/i-geoglifi-del-sinai-iia-parte/
    http://phoo34.wordpress.com/2012/08/24/i-geoglifi-del-sinai-iiia-parte/

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