Orti urbani a Torino: una storia d’amore che viene da lontano

di Piero del 14 marzo 2011

Torino è con ogni probabilità la capitale italiana degli orti urbani, uno status che deriva da una molteplicità di fattori specifici del capoluogo piemontese.
Accanto a una lunga tradizione, che vedeva già negli anni cinquanta i primi orticelli nelle periferie di Torino coltivati da ingegnosi immigrati dal meridione come misura di sussistenza, si sono sviluppate diverse iniziative dal basso nell’ultimo ventennio, come misura di recupero sociale ed ambientale della città dall’abbandono e dalla cementificazione.

Merito anche, va detto, di una Amministrazione attenta al fenomeno, tant’è vero che Torino è stata una delle prime città italiane ad emanare un regolamento apposito per gli orti urbani, più di vent’anni fa, per fermare l’abusivisimo ed incentivare gli orti urbani con una corretta regolamentazione.
Agli inizi degli anni ottanta, infatti, venne per la prima volta effettuato uno studio sul campo degli spazi adibiti ad orto: uno studio pioneristico che arrivò a stimare che a Torino ci fosse una superficie di quasi 150 ettari coltivata ad orto, soprattutto da immigrati dal Sud che, pur lavorando in fabbrica, non volevano perdere il contatto con la terra e la cultura d’origine e che nel tempo libero si dedicavano ai loro piccoli appezzamenti sulle rive del Po.

Una storia d’amore, quindi, che viene da lontano e che si è rinforzata con diverse esperienze fatte più recentemente, anche col proposito di recuperare il territorio e rivitalizzare porzioni di tessuto urbano a Torino.

Parlando di orti diffusi a Torino, infatti, non si può non parlare di un quartiere che unisce passato e presente in questa tematica: ci si riferisce al quartiere Falchera, nella periferia Nord di Torino,  dove gli orti urbani sono una presenza importante da sempre. Di recente, tra l’altro, si sono svolte interessanti iniziative, quale quella  nell’ambito di “Torino World Design Capital 2008”, dove uno studio di architettura di Roma, 2A+P, ha trovato una sintesi tra le esigenze dei coltivatori di orti ed i cittadini perplessi sull’impatto estetico di vecchie lamiere ed altre strutture di emergenza che spesso popolavano gli orti alla Falchera: un bel set di tubi Innocenti e nuove reti di divisione colorate, che ha permesso di rivitalizzare anche in senso estetico le aree ortive.

Sempre alla Falchera, iniziative come quelle del Centro di Cultura per l’Educazione all’Ambiente e all’Agricoltura Cascina Falcher a forniscono ai più giovani un concreto ausilio nell’avvicinarsi al mondo della natura ed ai suoi equilibri.

Ma a Torino non mancano altri case study di interesse e va ricordata a questo proposito l’esperienza fatta alla Barriera di Milano. Il progetto Giardinieri di Barriera: per nuovi giardini condivisi in città si prefigge di recuperare i terreni incolti a Torino per creare non solo orti, ma anche aree di gioco per i più piccoli e giardini che fungano da aree di ritrovo per i più grandi.

Nemmeno gli universitari rimangono a guardare a Torino: qui sono sorti alcuni orti urbani coltivati e gestiti autonomamente dagli studenti su spazi verdi dell’Università.

Si diceva infine del ruolo dell’Amministrazione cittadina: a Torino e dintorni le amministrazioni sono storicamente sensibili sul tema.
Se a Torino, dove ci sono più di 330 orti urbani regolarizzati, il Comune sta cercando di trovare soldi, sponsor, aree e soluzioni per aumentare il numero degli orti regolarizzati, a Chivasso, in provincia di Torino, sono stati di recente messi a disposizione dall’Amministrazione comunale i primi 80 orti urbani.
Un modo concreto per dare ordine, stabilendo precisi criteri di sicurezza ed estetici, al fenomeno degli orti diffusi, combattendo l’abusivismo.
Una iniziativa che ha anche il suo bel contenuto educativo, fatto di rispetto per le regole e civismo, per i più giovani.

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