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Tonno in scatola: tutto quello che c’è da sapere

Tra tutti gli alimenti inscatolati industrialmente, il tonno è sicuramente uno tra i più consumati nel nostro Paese: secondo uno studio dell’istituto Doxa, almeno la metà degli italiani consuma il tonno in scatola una volta alla settimana; e di questa fetta , almeno il 25% lo ha mangiato tra le 3 e le 5 volte negli ultimi 7 giorni. Quello italiano è senza dubbio il mercato più redditizio, con 120mila tonnellate di tonno acquistate ogni anno. Ma non siamo soli: l’Unione Europea è l’unico continente in cui si registra un uso così spasmodico del tonno in scatola; infatti assorbe, da sola, più del 50% della produzione mondiale.

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Nel resto del mondo, invece, le cose vanno diversamente. Negli Stati Uniti, per esempio, il tonno in scatola non ha mai riscosso un successo degno di nota: il record di consumo si è registrato nel 1989 con 1,7 kg a testa all’anno, ma da allora l’utilizzo si è praticamente dimezzato. Le motivazioni di questa drastica riduzione sono stati principalmente due: la straordinaria efficacia di alcune campagne pubblicitarie a stampo ambientalista e il vertiginoso aumento dei prezzi della materia prima, causato dalla pesca selvaggia e spesso fraudolenta e il conseguente impoverimento di tonni nei mari di tutto il Mondo.

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La differenza tra queste due realtà va ricercata nelle radicate abitudini culinarie dei due continenti: nella dieta mediterranea il tonno in scatola è abbondantemente utilizzato per preparare insalate, sughi per la pasta e secondi piatti sfiziosi; mentre negli Stati Uniti viene principalmente mescolato  a salse dal sapore molto forte per farcire i sandwich. Vista quest’ultima tipologia di utilizzo, gli imprenditori americani hanno pensato che non fosse necessario commercializzare un prodotto pregiato, quindi è stato scelto il tonno striato: una tipologia di bassa qualità, molto economica e che non necessità di una particolare lavorazione.

La pesca del tonno è arrivata al suo livello massimo già da alcuni anni

In questo modo negli USA è stato possibile contenere il prezzo delle scatolette. Basti pensare che, fino a pochi anni fa, una confezione da 80 gr di tonno costava 50 cent, circa 30 centesimi di euro, e, aprendola, il consumatore italiano avrebbe visto piccoli pezzetti di tonno galleggiare nell’olio di soia. Tutto molto diverso dalla nostra scatoletta di Pinna Gialla.

Ma questo consumo massiccio presenta un lato decisamente tragico per l’eco-sistema: secondo i dati diffusi dall’associazione “International Seafood Sustainability Foundation”, la pesca del tonno sarebbe arrivata al suo livello massimo già da alcuni anni, raggiungendo quota 4,2 milioni di tonnellate all’anno. Una quantità enorme, ma soprattutto al limite della sostenibilità ambientale; questo, infatti, è il pescato massimo che si può ottenere annualmente senza danneggiare in modo irreparabile la specie.

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Ma se l’industria ittica italiana si è in parte adeguata alle norme territoriali e di tutela richieste dalle associazioni ambientaliste, rimane da capire quanto sia salutare il consumo di tonno in scatola: ciò che più preoccupa scienziati e nutrizionisti è l’allarme mercurio che, se abusato, può avere effetti nocivi sull’organismo. I grandi predatori, tra cui il tonno, il pesce spada e la verdesca, sono i pesci a più elevata concentrazione di questo elemento, proprio perché si trovano ai vertici della catena alimentare e ne accumulano dosi maggiori.

Si stima che almeno la metà degli italiani consumi tonno in scatola una volta alla settimana

Da alcune indagini effettuate a campione sulle produzioni di tonno in scatola, sembrerebbe che la quantità di mercurio contenuto in esse sia correttamente sotto la soglia di legge, pertanto dovremmo trovare sugli scaffali del supermercato un prodotto ancora sicuro per la nostra salute. Ciò non significa, però, che tutte le scatolette in commercio presentino gli stessi livelli: alcune di esse possono comunque contenerne in quantità più alte.

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Ma che fare, dunque? Se consideriamo che la quantità di tonno nei mari è allo stremo, che arriva da sempre più lontano affrontando viaggi lunghissimi e inquinanti, che il suo costo è già elevato ed è destinato ad aumentare, che la sua assunzione apporta mercurio in eccesso al nostro organismo, perché non considerare l’ipotesi di diminuirne il consumo?

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Published by
Jessica Ingrami

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