Trivellazioni petrolifere: avanti tutti in Italia, ma le stiamo pure regalando?

di Giovanna Fiolo del 27 Maggio 2011

E’ trascorso un anno dal disastro della British Petroleum nel Golfo del Messico e, mentre in Italia si assegnano le Bandiere Blu per ben 233 spiagge, potrebbero iniziare quest’estate le trivellazioni di petrolio a 13 km dalle coste di una delle più belle e suggestive mete offerte dal Mediterraneo: Pantelleria.
A nulla sono valse le forti proteste avanzate dai sindaci dei comuni siciliani interessati da  trivellazioni per la  verifica dell’ entità di giacimenti petroliferi – Egadi, Ragusano e Pantelleria – le denunce sulle pagine di Facebook di gruppi nati proprio contro le trivelle ed il grido di allarme di decine di associazioni ambientalistiche.

Trivellazioni petrolifere: avanti tutti in Italia, ma le stiamo pure regalando?

La promessa del Ministro dell’Ambiente Prestigiacomo di tenere il territorio siciliano lontano dalla brama delle più importanti società petrolifere internazionali non ha portato i risultati sperati.

Il decreto, varato la scorsa estate, infatti, vieta le attività di ricerca ed estrazione di petrolio nella fascia marina di 5 miglia dalle coste nazionali ed entro 12 miglia in caso siano coinvolte aree  marine protette, decreto che non servirebbe a nulla ponendo a rischio oltre all’economia (turismo e pesca), anche un patrimonio ambientale unico, costituito da biodiversità e specie marine rarissime.

Eppure la marea nera del Golfo del Messico, che ad un anno dal disastro petrolifero continua ad avanzare e a provocare danni all’ecosistema marino  e alla salute degli abitanti, dovrebbe insegnare e farci riflettere a quali danni devastanti potremmo andare incontro, anche in caso di  incidente meno grave,  in un mare chiuso, con un ricambio lentissimo come il Mediterraneo.

Il rischio ecologico così elevato non si giustifica neppure con un eventuale introito economico: l’Italia è il paese per eccellenza con assenza di restrizioni e limiti al rimpatrio dei profitti per l’estrazione di petrolio off-shore.

Per trivellare nel Canale di Sicilia, zona sismica e continua a vulcani sottomarini tra l’altro, lo Stato Italiano richiederà la miseria del 4% di royalties, misura probabilmente necessaria per attirare gruppi stranieri, considerando che si tratta di giacimenti “piccoli” e poco profittevoli, oltre che gravati da diverse tasse occulte che vanno in ogni modo pagate: una miseria, rispetto alle royalties a due cifre in voga internazionalmente, che tra l’altro non verrebbe neppure pagata con estrazioni inferiori a circa 50 mila tonnellate di greggio l’anno.

Insomma, un rischio ambientale enorme a fronte di un beneficio economico modesto, una scelta che lascia perplessi non solo gli ambientalisti, ma anche operatori economici consapevoli del fatto che la misura non contribuirà se non marginalmente a ridurre il nostro grado di dipendenza energetica dall’estero.

A fronte di tutto ci si interroga sul perché, considerati la svendita del mare italiano e il rischio di disastro ambientale, siano comparativamente pochi gli investimenti in fonti rinnovabili, che porterebbero davvero all’indipendenza energetica, in grado di soddisfare il fabbisogno dei cittadini e al contempo di valorizzare il territorio italiano.

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