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Uranio impoverito: per Veronesi non è pericoloso, ma c’è chi lo contesta, con tesi scientifiche

L’uranio impoverito? “Non fa niente, uno se le può mettere anche in tasca”.  Mai parole furono così radioattive. Perché a pronunciarle non sono i militari dei poligoni sardi sotto tiro ambientalista  e sotto inchiesta della magistratura, ma Umberto Veronesi, non nuovo per la verità a dichiarazioni a dir poco bombastiche in tema di materiali radioattivi. L’ex ministro della Sanità, ma soprattutto oncologo di fama mondiale che di radiazioni ne sa. E soprattutto pacifista, contrario a guerre ed installazioni militari, seppur a capo Agenzia per la Sicurezza Nucleare, una forma di energia storicamente non proprio pacifista. Quindi non c’è il sospetto che difenda generali e il ministro della difesa. Parole, in ogni caso vogliamo credere, dette da Veronesi per convinzione scientifica. Ma questo non vuol dire che Veronesi abbia la verità in tasca. E dopo le sue dichiarazioni, potenti e veloci come le radiazioni, non sono mancate le prese di posizione contrarie alla sua tesi. E sono le posizioni dal mondo scientifico, non quelle del “tifo” a favore o contro, che interessano a noi.

Uranio impoverito: per Veronesi non è pericoloso, ma c’è chi lo contesta, con tesi scientifiche

A iniziare da Maria Antonietta Gatti, biomaterialista dell’Università di Modena, che intervistata dal quotidiano L’Unione Sarda smonta la teoria di Veronesi. Perché, come sostiene la scienziata, è vero che un proiettile di uranio impoverito si può trasportare in tasca ma – detto in parole semplici – quando esplode genera polveri che entrano nei polmoni, finiscono nell’organismo e si attaccano pure al Dna. Questo il motivo della nascita di bambini con malformazioni. Insomma tesi e contro tesi per una sintesi che farà il tribunale di Lanusei, verità processuale e non reale beninteso, come ha voluto dire l’ex Presidente della Regione, e oggi deputato, Federico Palomba, che si affida ai giudici per arrivare, finalmente, alla verità. Il parlamentare mostra anche i dati delle Asl di Lanusei e Cagliari e propende per la tesi della pericolosità dei proiettili sparati in grande quantità nel poligono della costa orientale sarda.

La Gatti paragona i problemi di Quirra, la zona dove sorge il poligono di tiro, a quelli di New York dopo il crollo delle Torri Gemelle. Insomma le polveri di quell’esplosione, secondo la Gatti, hanno provocato tanti morti per via delle polveri respirate. E a Quirra: “Tredici allevatori ammalati di leucemia in una zona così piccola, in un ambiente che prima era salubre, terra di centenari, è un caso unico al mondo. Per fortuna sta indagando la magistratura di Lanusei”. Questa la posizione di Gatti, riferita a Paolo Carta, giornalista del quotidiano più letto in Sardegna.

Insomma, per il momento, è difficile stabilire una correlazione certa tra l’uranio impoverito e i tanti decessi. Detto questo, l’inchiesta della magistratura, al di là della rilevanza della  questione etica, è un bene perché porta, finalmente, a studiare il problema scientificamente. Quindi, si spera, di arrivare ad una prova certa. Che se non sarà utile per i morti sarà una preziosa informazione per i vivi. In ogni caso la questione Quirra è legata all’inquinamento dell’ambiente. Anche se l’uranio impoverito, ma aspettiamo le conclusioni della magistratura e gli studi scientifici, non dovesse avere provocato tumori; l’uso intensivo di armi non fa certo bene all’ambiente e le istituzioni si devono ben impegnare per monitorare, bonificare e salvaguardare una delle zone più belle della Sardegna e d’Italia.

Infine per non dimenticare le persone più deboli, i cittadini che lì abitano e lavorano, la Coldiretti di Nuoro e Ogliastra ha scritto al ministro della Difesa per aiutare i pastori sgomberati dai terreni che gravitano nell’area del poligono. Per l’associazione di categoria è giusto il lavoro della magistratura ma i pastori rischiano di perdere il loro lavoro, quindi si lavori “per trovare soluzioni condivise che non facciano pagare il prezzo più alto proprio agli allevatori del Quirra“. Ovvero la sostenibilità ambientale, ma pure quella sociale.

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