Uscito il nuovo rapporto ONU sui danni ambientali nel delta del Niger

di Viola Carmilla del 21 Ottobre 2011

Vi ricordate la storia della Shell e del delta del Niger? È diventata tristemente celebre, tra l’altro, dopo che la giornalista e attivista canadese Naomi Klein le consacrò alcune pagine nel suo best-seller “No logo”. La storia parla di inquinamento e degrado ambientale da un lato, e dall’altro di violenza, di contestazioni soffocate nel sangue – il sangue della popolazione Ogoni e dello scrittore Ken Sar-Wiwa, giustiziato nel 1995 insieme ad altre persone che avevano manifestato contro la compagnia petrolifera Shell.

Uscito il nuovo rapporto ONU sui danni ambientali nel delta del Niger

Costretta dalle reazioni indignate della comunità internazionale e di varie organizzazioni ambientaliste e umanitarie, nel 2009 la Shell ha accettato di pagare un indennizzo di oltre 11 milioni di euro. Ma adesso un nuovo rapporto dell’Unep, l’agenzia ONU per l’ambiente, reso pubblico nel mese di agosto 2011, mostra che i danni arrecati all’ecosistema sono molto più gravi di quanto previsto: il recupero ecologico del territorio richiederà tra i  25 e i 30 anni e un investimento economico decisamente maggiore di quello pattuito.

I danni ambientali sono causati soprattutto dalle perdite degli oleodotti e dal gas flaring, una tecnica che consiste nel bruciare a cielo aperto il gas naturale che viene in superficie con l’estrazione del greggio. Il gas flaring provoca enormi danni ambientali e non riguarda solo la Shell: è praticato anche da altre compagnie petrolifere che operano nella regione, tra cui il gruppo Eni.

I punti chiave individuati dal rapporto Unep sono allarmanti: ampie superfici di terreno apparentemente non a rischio sono in realtà minacciate dalla contaminazione del sottosuolo; l’acqua “potabile” di cui fanno uso almeno 10 comunità Ogoni è contaminata da alte percentuali di idrocarburi, mentre in un villaggio l’acqua dei pozzi è inquinata dal benzene; inoltre, le consistenti perdite dagli oleodotti hanno gravemente compromesso il ciclo vegetativo delle mangrovie, le cui radici costituiscono a loro volta l’ambiente necessario per la riproduzione di molte specie ittiche. Se la bonifica di porzioni isolate di terreno potrà essere portata a termine entro cinque anni, per le zone acquitrinose popolate di mangrovie la previsione è di 30 anni.

Achim Steiner, direttore della Unep, oltre a esortare un intervento immediato e consistente, ha proposto soluzioni innovative e lungimiranti, come la costituzione nella regione Ogoni di un Centro di ricerca per il recupero ambientale, in modo che il ripristino e la salvaguardia dell’ecosistema del delta del Niger possano essere gestiti in futuro dalla stessa popolazione locale.

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